20/11/2009

L'altro giorno sono andato a vedere Ammaniti alla Feltrinelli, l'ho già detto da qualche parte, e ho trovato il reading anche divertente, soprattutto la storia del satanista indeciso.
Molti di voi immagino abbiano letto suoi libri.
Ai tempi di Comediocomanda era stato anche assai criticato per il taglio volutamente cupo dato alla storia, per il tessuto sociale disgregato o inesistente, per la natura violentata, serva al progresso disordinato e inutile, per le norme ignorate e sovvertite, i personaggi ignoranti ed individualisti, rispondenti unicamente a loro pulsioni più o meno involontarie.
Pronti a perpetrare qualsiasi nefandezza o addirittura ad uccidere pur di ottenere una soddisfazione immediata alla loro sete perversa.
Un libro così non serve ad un popolo che vuole crescere (ovattato)
Far vedere il male non aiuta a mostrare il bene che vogliamo per i nostri bambini. (i bambini, si si: diamogli Moccia)
Il malessere esistenziale non ci aiuta nella ricerca del benessere. (il fatto che abbiamo le pezze al culo è poi del tutto secondario)
Allora l'altro giorno vado a lavorare coi mezzi.
Poi però la sera i mezzi scarseggiano e mi devo adattare, considerando il fatto che ho (pure, eh, và che sei pieno di musse) esigenza di nutrirmi.
Ciò si traduce in un lungo giro a piedi per le periferie urbane.
Alle 22 le brave famiglie stanno nelle loro brave case coi loro bravi figlioli, attaccate ai loro bravi televisori LCD ultima generazione.
A guardare i loro bravi programmi di prima serata, vedere un po' cosa combinano gli amici su FB, poi lavarsi il pisello (o la patata per chi ne è dotato), l'ascella i denti e via a nanna.
Fuori ci sono le legere.
Una massa di gente che vive d'espedienti.
Ci sono i Venditori di Scitto che ti danno la spallata classica dicendo "fumo ragazo fumo"...
Le Puttane Negre che sorridono e ti dicono "ciao ragazo vieni io sukia bene trenta euro"...
Poi ci sono le Puttane dell'Est, spesso giovanissime, che sorridono con gli angoli della bocca rivolti in giù.
i Gangster Sudamericani, faceti e colorati finchè con un qualsiasi pretesto non si prendono a bottigliate e ti ci trovi in mezzo (cazzi tuoi, impari a non prendere la macchina).
Nelle zone buie e umidicce, sotto la simpatica pioggerellina autunnale, nelle lande disabitate che raccordano i punti di aggregazione delle categorie sociali precedentemente descritte, sparuti gruppi di Rumeni Vaganti camminano a passo veloce, parlando fitto tra di loro, intenti a chissà quale loro traffico o ignota mansione da svolgere.
Poi c'è il Barista Marocchino che dopo avermi servito il caffè mi saluta sorridendo e mi augura buona serata.
Tornando ad incollarsi al televisore vociante d'un rumoroso programma in lingua araba.
C'è il capannello di Tossici Storici Genovesi, intenti con solerzia alla consueta Spada Serale, innocui ma forieri di cattivi ricordi.
E, infine, ci sono i Ferrovieri Scoglionati che rientrano dal lavoro.

Tornando a bomba: Ammaniti mi piace per come immagina scenari apocalittici eppure così reali.
E pazienza se descrive quelle cose che noi non vorremmo mai vedere.

Baci a tutti.

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17/11/2009
A me piacerebbe scrivere di panorami scintillanti al sole.
Di strade colorate dai raggi obliqui, strabordanti di gente con un gran sorriso stampato come se qualcuno distribuisse agli angoli di strada la maria più fotonica mai esistita al mondo.
Eppoi una lunga stagione di benessere incondizionato e problemi zero per tutta l'umanità, leghisti col fazzoletto verde e africani dei vicoli a mangiare insieme dal kebabbaro emettendo sonori rutti di soddisfazione gastrica. Genoani e Sampdoriani sugli scooter a due a due, correre sul viale dello stadio strombazzando.
Nessun politico inquisito, tutte facce da bravi guaglioni a cui affideresti le chiavi della Panda appena comprata e potresti anche prestargliela per portare la fidanzata a Vesima.
Invece parlo di sfiga.
La sfiga aleggia come l'umidità atmosferica sopra il pezzo di mondo che percorro ogni giorno,  piega la schiena della gente che conosco, gliene fa succedere di ogni e poi non contenta gli fa piazza pulita attorno, rendendoli rigidi come ombre sole.
E i vicoli scintillanti di osterie high-tech orfane di clienti, col solo barista a leggersi la Gazzetta dietro il registratore di cassa, questi vicoli umidicci e zozzi non mi piacciono più come una volta, non mi ci trovo più, non sono più casa mia e la gente che ci abitava è persa chissà dove e non si sa nemmeno se poi tornerà.
Non ricorda neanche di esserci stata.
Lasciare un posto per un altro, tutti diversi e tutti identici.
E tu, ex collega convertito alla politica, tu che esci dal palazzo infiocchettato a gala, ricambi il saluto a stento chiuso nel tuo bozzolo di lustrini inutili e fingi di non ricordare il mio cognome.
Tu che verrai tra poco a chiederci il voto stampando il tuo sorriso su un manifesto o aiutando a stampare il viso di chi sorriderà per quelli come te.
Tu puoi crepare e i cani possono mangiarti fino all'ultimo nervetto.
Per quelli come te il mitra è sempre poco.

E vaffanculo al cosmo.
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12/11/2009


benvenuti al banchetto dell'iniqua suddivisione di risorse.
della costante divaricazione tra zona uefa e zona playout.
rode la rabbia perchè le occasioni capitano a norma unica
a chi molto e a chi poco
a chi porte aperte e a chi serrande sprangate.
a chi moine e a chi sprangate sul cranio.
capi con sempre meno scrupoli e servi a correre.
e a correre alla fine ti scoppia il cuore.
questo è il mondo dei nostri figli, il mondo che abbiamo voluto-subìto-anelato-contrastato.
il posto dove non ci si dà una mano.
il posto in cui ti poggio un ginocchio sulla spalla, faccio leva col corpicino e in un attimo ti mangio la testa.
in cui comandare lasciando le responsabilità a tergo è una forma di sottile orgasmo.
essere incontrastati e col culo parato è un sublime onanismo.
in cui ognuno sceglie con metodo due mani serrate a coppìno a parare l'ano.
ed è servo finchè serve.
(ma non sa che lo sarà nei secoli dei secoli, amen)
datemi del catastrofista: io non ingoio le stesse cose e quindi forse non vedo le stesse cose che vedete voi.
non mi imbonisco alla medesima fonte.
lo scintillìo dell'inutile mi dà alla testa e non mi incolla un finto sorriso.
non mi anestetizzo con le pillole consuete.

la strada per il nulla è ormai breve.
e siamo un popolo in cammino.
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09/11/2009
Ho ancora quel numero di telefono memorizzato.
Cambio sovente tipo di cellulare, li scasso o muoiono da soli, cambio scheda, operatore telefonico, faccio razzia della gente che negli anni è venuta a starmi sulle balle e non voglio più tra i contatti.
Ma quel numero è sempre lì.
Il numero di una scheda SIM che chissà dov'è, magari finita nella rumenta assieme al telefono, magari in fondo ad un cassetto di una persona cara, magari chissadove.
Non lo saprò mai e non mi importa di saperlo.
Ho ancora quel muro mangiato dall'umido che tu mi avevi spiegato come risanare, mi avevi detto che, se volevo, te ne saresti occupato, magari dopo l'estate, quando eri meno preso da altri lavoretti edili che avevi fissato.
Lui rimane lì, da anni ormai.
Quel "dopo l'estate" non è mai venuto.
E così sia.
Ma un mondo nel quale i pochi che meriterebbero di starci sopra decidono di andarsene, dimmi, che cazzo di mondo è?

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02/11/2009
ZenaAddicted
L'altro giorno parlavo con Michele.
Disquisivo sul fatto che se sai fare foto hai il grimaldello per entrare dentro la verità delle immagini, di un luogo,  un volto, un elemento.
Tu li assecondi e loro - zac - vengono fuori.
Sono cose che non le compri dal besagnino: puoi coltivarle quanto vuoi ma le hai o nisba. Dipende dall'attenzione ai particolari, dalla modalità analitica di percezione.
Come quando insegni a una persona ad andare in moto, le spieghi bene - vedi qua, rallenti e ti allarghi e poi pieghi giù e nel mentre acceleri.
E niente, costui continua a fare le curve quadrate.
A me puoi regalare una fotocamera di ultima generazione, ma continuerei a far foto quadrate.
Perchè ho la moto come prosecuzione delle chiappe. E ingombra.
Come De André aveva la chitarra a proseguir le dita.
E Michele la macchina fotografica.
Ma a me è lampante come la fotografia possa essere la prosecuzione dello scritto, il fattore esplicativo.
Oppure l'incipit.
Da lei esce tutto, inizia tutto, te la metti lì davanti e lei parla, ti dice - ehi, nan, ti ricordi di quella volta in cui facevamo la tale cosa o guardavamo il tale panorama abbracciati (a un fiasco di barbera)....
E le dita d'incanto prendono a correre sui tasti, devi solo lasciarle fare in una sorta d'apnea narrativa.
Però c'è da dire una cosa:
Genova mentre piove, le auto arroganti che sguazzano nelle pozzanghere, la strada luccicante al lume dei fanali, le case vecchie e umidicce che guardano giù coi loro occhi di vetro illuminati...
Tutte queste vite che scorrono veloci senza incrociarsi mai, chi sotto, chi sopra e chi dentro...
E i poveri cristi zuppi fino alle mutande, l'ombrello tirato via dal ventaccio di mare, che ti pare di sentirli smadonnare uno a uno...
Beh, son cose che aiutano:
anche un fotografo cane.


[ma perchè non riprendi a scrivere, genoano malefico!]
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02/11/2009
antiopa
Siccome qui si taccia la Crisalide di lavoratrice atipica o, peggio, di essere che non fà una beata cippa (e non ne mancherebbero peraltro le ragioni) farò alcune opportune precisazioni.
Partiamo dal bruco.
Egli schiude da un uovo microscopico, come molti di noi (ad esempio i Visitors, che ci sono ma non li si vede, in quanto criptati.)
Potremmo dire che il bruco lavora all'accumulazione, da buon genovese, che belin c'è la crisi e belin non si sa mai. Va in giro a piedi, è brutto e quindi nessuno se lo fila, non prende di patata ma è conscio che si rifarà in una fase successiva. Eppoi è polifago: mangia qualsiasi cosa trova per strada e se non è sempre caviale o crespelle ai funghi, pazienza.
Infatti credo che mai nessuno di voi abbia visto un bruco in coda al Gran Ristoro o all'Osteria di Vicopalla.
Poi un giorno a 'sto qui gli viene una depressone bestiale e sente che è la sua ora. Si imbozzola su un supporto ergonomico e riparato, oppure sottoterra, dentro il microonde o tra le spazzole del motorino della lavatrice e diventa crisalide.
Fortuna che aveva stipulato un contratto di part-time verticale.
Gliel'aveva già detto al capo, guarda, per 6 mesi puoi contare su di me ma poi mi fermo per gli altri sei.
A primavera l'evoluzione è completa e dalla pupa fuoriesce uno sgargiante lepidottero, detto più comunemente farfalla, che con ali setose e variopinte si libra in volo, sbattendosene il belino del part-time e della cgil.
Vola tutto il giorno a succhiar fiori, gli altri insetti la guardano e le gridano "ahò, a'bbonaa..." e lei passa la vita tra mojitos, feste mondane e strisce di bamba.
Fino al punto in cui qualche farfallone le dà due radicciate, la ingravida, lei si riempie di uova come un astuccio di mini profitteroles e appena può le depone su un supporto adatto allo scopo: non giovano alla sua linea e la appesantiscono in volo.
Peccato che muoia subito dopo.

Che sfiga, eh?

Poi dall'uovo schiude il bruco e il ciclo continua. Sembra un po' il sistema politico italiano.
Mi dite dov'è imbozzolato Dalema?


[foto presa dal web]
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30/10/2009
Crisalide
zing.
Fletto le dita a lanciar fuori la cicca, oltre la sottile feritoia della porta socchiusa. Colpendo Gian Carlo sul risvolto delle braghe, lui che si muove di rado dal suo scranno, diciamo una volta al dì per andare a svuotar la vescica al cesso collettivo.
Una performance irripetibile.
Già una probabilità su cento è troppa, nella destrezza di centrare la striscia luminosa, posta ad almeno quattro metri.
Beccare poi il bisonte di fango all'estremità esatta dei pantaloni, nell'unico suo movimento pomeridiano è qualcosa di bestiale.
La stagione della decadenza uccide il sole alle 17 in punto e lo fa precipitare secco oltre la sagoma delle Case Malfamate.
Un dito sull'interruttore del neon che si avvia crepitando. Dentro c'è una falena rinsecchita, forse del genere Callimorpha che sembra guardar giù cogli occhi vuoti.
Ogni cosa bella deve prima o poi morire.
Richiudo il neon che mi lancia addosso un'ultima leggera unghia di luce.
Da oggi sono ufficialmente in letargo, la stasi della natura mi chiama a gran voce e non posso far altro che incolonnarmi alle bestie del bosco, per scovare un giaciglio sicuro.
Sento già il cuore pulsare lento e perdere qualche battito, come quei vecchi motori Harley il cui carburatore ogni tanto si ferma a riflettere, tra vapori di miscela incombusta.
Spengo il PC e chiudo il libro, dalla feritoia della porta in alluminio vedo una striscia di casa con bandiera calcistica a sventolare triste dall'inferriata.
Una signora stende mutande in serie, metodicamente, una dopo l'altra. Tonnellate di mutande per famiglie numerose che tengono particolarmente all'igiene personale.
Bianche o al massimo rosa-grigino da lavatrice sbagliata.
Tra poco esisteranno solo le luci della strada e i fanali dei veicoli incolonnati sul lungofiume.
Oltre di essi le fioche insegne di fabbriche e capannoni, il profilo dei monti, poi cielo fino a perdersi.
Aggancerò la mia crisalide a questo soffitto e vi guarderò sbattere nel fango e nella neve, oltre la mia teca di bava cheratinosa.
E sorriderò un po', senza fiatare.
Ci vediamo il ventun marzo, fate buona vita.
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22/10/2009

gattinis
L'altro giorno io e Attila abbiamo costruito un camioncino (picàp come dice lui) coi Lego.
Tale veicolo è divertente in quanto ha un prestante motore a molla, lo tiri indietro un palmo e lui schizza a razzo sfracellandosi in qualche spigolo, con sommo godimento del piccolo casseur.
Ad un tratto, spinta dai morsi della fame che la animano perennemente, entra la Gattina (detta anche Seven per la sua crudeltà, tra l'altro ha anche ucciso Enzo)
Lei è molto agile e cazzuta e, nonostante sia in grado di farlo a strisce come un tritadocumenti, teme il ragazzo ai massimi livelli.
Allora lui carica il camioncino e glielo lancia addosso mentre mangia e lei fila via di corsa.
E così via. Una, due , tre volte. Un vero divertimento del menga.
E io - guarda che alla fine si incazza...
E se si incazza cosa mi fà-a?
Ti salta agli o....
CCHI!!!! e perchè mi salta agli occhi papà-a?
Perchè è un felino testa di belino e quando combatte cerca sempre di procurare il massimo danno col minimo sforzo.
E se mi graffia gli occhi cosa succede?
Che diventi ci....
NESE!!!!

No comment
Era 'cieco', comunque, eh.
Lo so papà. Ma anche cinese.

 

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15/10/2009
mentre c'è il sole.
tutto, fuori, vive di colori limpidi.
tramontana fredda tira via i pensieri e non si torna indietro.
come sarebbe andata se avessi fatto determinate scelte anzichè altre.
poter salire su un razzo e percorrere il mondo controsenso per tornare ad un prima.
guardare da uno spiraglio com'ero, cosa ho perso, delle mie potenzialità, della mia ingenuità d'allora, del mio modo di vedere le cose.
sbattersi a trovar strade e non fermarsi prima a pararsi il culo, lasciando che le strade si prendano da sole.
pensieri che non mi appartengono più, da anni.
e me ne accorgo solo oggi.
l'irripetibilità di un figlio, all'apice di un percorso, e vaffanculo a come eravamo.
c'è un presente e basta.
il passato radioso è carta straccia.
il mondo di prima è sconfitto dal mondo di adesso.
c'è un futuro.
e il futuro è lui.
e se la strada sarà grama o ripida, chissenefrega, la strada è questa.

i ricordi mi piacciono e tornerò a scriverne, ma non vivo più di essi.
poi un giorno faremo i conti, semmai, io e loro.
ci vedremo giù in strada e ce le suoneremo.
di santa ragione.
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08/10/2009

L'altro giorno ero nello spogliatoio d'una nota piscina, che ha il nome di una marca di zucchero, intento alla vestizione del piccolo totano ribelle dopo il corso settimanale di nuoto.
Entra un malnato urlante sulla trentina, millantando uno spropositato numero di vasche effettuate e corredando il tutto da una serie pressochè ininterrottta di parole del felino.
Ad un certo punto -lui è nella fila di stipetti dietro la nostra, da cui si sente anche un singolo peto amplificato- prende ad insultare un noto cantante metal, già nella prima formazione dei Ritchie Blackmore's Rainbow, nonche una popstar bionda ma negropotorrìn d'origine lucana o molisana o abruzzese o similia.
E ci stiamo capendo, nè.
Di colpo lo spogliatoio prende ad essere uno spaccato d'angiporto vociante.
(anche i soci del malnato non sono certo meno forbiti)
Al che io gli grido, con tutto il fiato di cui dispongo:

- Grandissima testa di cazzo, la pianti di smadonnare che qui c'è dei bambini piccoli, cazzarola???

E Attila: - Papàààà.... haidettounaparolaccia haidettounaparolaccia...
Ho capito: con la gente occorre parlar calmo, prender fiato e far vedere bene il labiale.
E tener le mani in tasca.
Che è meglio.
(comunque ha smesso subito)

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26/09/2009

In genere non leggo sul luogo di lavoro.
Nemmeno nelle pause. Quelle poche, pochissime pause.
Tra l'altro è proibito dal regolamento e punibile con l'impiccagione sul posto.
Però ho sempre almeno 4 libri con me, tutti rigorosamente iniziati, se non li leggo io si leggono da soli e familiarizzano con lo zaino.
Ultimamente mi è presa la scimmia di leggere ai semafori.
Tengo Cavie di Palahniuk nella tasca posteriore della nuova giacca estiva, che in pratica è una canottiera dei Village People con le protezioni omologate CE.
Arrivo ai semafori, soprattutto quello di Via Lemani Dalnaso, che dura 5 minuti, spengo il motore ed estraggo il libro.
Praticamente ho inventato un sistema stop&start manuale applicabile al motore Kawasaki da 748 centimetri cubici.
Poi qualcuno strombazza e mi ridesto bruscamente. Infatti sto divagando.
Dicevamo. Leggere nelle pause di lavoro.
L'altro giorno ho fatto un'eccezione: vedo Mononeuronix tenere una rivista tra i polpastrelli delle dita, con sommo schifo.
Per quanto io non smetta mai di sorprendermi, Mononeuronix ha (ancora) il pollice opponibile.
- cos'hai, paura del contagio del virus H1N1? - gli dico, supponendo provenga dall'armadietto di Puzzamen o di Napalm.
- No, è che io non leggo
queste cose. -  fa lui.
E me la sbatte sulla scrivania.
Tale rivista ha il nome di un prodotto liquido scuro che di solito si ordina al bar e ustiona la lingua, dentro ci scrive gente famosa, tipo uno che ha il nome di un evento doloroso che precede il parto e un altro di un organo dell'anatomia umana molto usato da Monica Lewinski.
O ancora di una struttura di vetro o plexiglass dentro cui si coltivano le primizie quando c'è ancora la neve fuori.
Ci siamo capiti, no?
Di solito io preferisco altre letture, tipo un quotidiano che ha il nome di una cosa cartacea che si incolla sui muri, di cui ammetto di capire un 60% scarso, il rimanente 40% me lo spiega il Compagno Aldo.
Allora dentro ci tengo il DueRuote, si sa mai.
Come i vecchietti al parco dell'Acquasola, che hanno il Giornale sempre aperto, ma dentro ci tengono il Playmen.
Una volta avevano l'Unità. E dentro c'era Cuore.
(i vecchietti stanno andando a destra...)
All'interno della suddetta rivista sono colpito da un reportage su una nota città del Nordest, fino a qualche anno fa una delle provincie più ricche e operose dello Stivale.
Fabbriche di elettrodomestici, mobili ed accessori, officine di tecnologia avanzata, importanti anche a livello internazionale, coprono uniformemente d'un manto frastagliato le sue lande pianeggianti, avvezze a scoli fognari e orfane di coltivazioni a tappeto.
Un mondo efficiente ed industrializzato. Ma in Europa non c'è soldo, la gente non acquista e le fabbriche chiudono o riducono il personale. Così famiglie bireddito che vivevano dignitosamente, da un giorno all'altro, si ritrovano al sussidio statale.
Affitti e bollette arretrate, il mutuo non si riesce a pagare, poi  un giorno senti il citofono, chiedi chi è e ti rispondono:
- sono la Banca! -
E allora tu le dici: - che cazzo vuoi, o Banca, che non ho una lira? -
E lei fa: - Belin, visto che non paghi il mutuo, sta casa qui adesso è mia e tu hai 4 mesi per traslare altrove le tue balle.-
E così sia, non c'è modo di opporsi.
Nel mentre scorrono immagini alla Tv, nelle quali l'Innominabile Uno dice d'essere all'indice di massimo gradimento, 68.4 per cento, secondo importanti società di sondaggistica (che sono sue o di qualche suo cuggino)  e l'Innominabile Due vorrebbe segare in 2 l'itaglia, ma non come dicono i leghisti di qui, "da Roma in giù", nonnò, tendendo una ipotetica fune da Rovigo a Cuneo e segando lì, denominando la parte al di sotto Gabibbia e quella al di sopra Padania.
Mentre a te, Mononeuronix del Nordest, che sei nella bratta e sti due qui li hai votati entrambi dal 1994 in poi, viene una voglia feroce di imbelinare l'oggetto catodico giù per il balcone. Anche se è l'unica cosa che non ti hanno ancora pignorato.

E adesso cosa facciamo?
Non dovevamo andare lontano?

Silvia lo sai, lo sai che Luca si buca ancora......

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18/09/2009

vespa
Eh, si che lo so:
Sei lì a volar beata, poi arriva all'improvviso una cazzo di tempesta.
Settembre è sempre così.
Fà nulla: un riparo asciutto e si salva la ghirba.
Il giorno dopo, però, esce un bel sole a seccare tutto, incluse le ali intrise di salsedine.
Diventano due inutili astucci rigidi e tu non voli più.
Beh, adattiamoci, rimangono sei robuste zampe.
Rimane l'olfatto, infallibile, di prefigurare uno scenario nutrizionale nell'odore dolciastro di shampoo dei miei capelli.
Stesi in spiaggia ad asciugare al sole.
Sento i tuoi urticanti passi sulla pelle, mi desto di soprassalto ma è tardi, mi hai già morso.
Ti allontano con un colpo secco.
Il gomito prende a gonfiarsi come un salsicciotto.
Come rovinare una giornata e rovinarsi una vita.
E tu, improvvisato podista, ti riavvicini, frughi tra le pietre salmastre quasi a trovare un posto riparato dal sole in cui poter morire in pace.
Sono cose che si sentono, eh.
Noi animali sentiamo la nostra ora. Così dev'essere. Alcun'altra priorità è più impellente.
Ti osservo girovagare, valutare gli anfratti, gli spazi d'ombra e ad un tratto so esattamente cosa fare.
Un sasso tondo e piatto farà al nostro caso.
Ti acquatti e io copro con una improvisata struttura il tuo non trovar pace.
Mi riaddormento e tu muori.
E' la prima ed unica volta che lo fai.
Ed è la prima volta in vita mia che vengo morso da una vespa agonizzante.
Vite iniziano e finiscono, in ogni istante, là fuori.
La mia include un casco, una moto, un tragitto e una pomata al cortisone.
La tua un sepolcro di due pietre messe a croce.

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15/09/2009

rex

In galera non si può usare il cellulare.
Ma il lettore sì.
Fa passare il tempo. Qualcosa di forte.
Chissà che faccia avranno fatto i ragazzi del Bar Riviera nel guardare un po' straniti questa foto, in prima pagina sul Secolo.
Fermoimmagine casuale scoccato dalla telecamera d'un negozio di animali.
Un fotogramma ad alta definizione.
Bellina, eh? Non c'è che dire.
"Notte brava d'un operaio metalmeccanico."
"Voleva cambiare la sua vita, finisce in carcere quarantenne del ponente genovese."
"E adesso il Ministro Della Semplificazione Delle Cose Complicate dovrà emanare un editto per estrarre dalle strade genovesi certi potenziali assassini et stupratori et vandali compienti atti contrari alla morale comune e socialmente accettata"
Articoli di fuoco scritti da Don Luigi Sbrillo, prete barricadero della Lega Vicoli Uniti.
I miei genitori non sono di chiesa. Però non vogliono più vedermi, dicono che sono un pezzo d'asino.
Cameraman rapaci volteggiano le loro remiganti d'aquila su e giù per il giardino.
"Belin ma io qui ci ho seminato il radicchio, a nescio, cosa calpesti qua e là, che poi non viene su..."
Ma noi, signor Parodi, facciamo solo il nostro dovere d'informazione, sa com'è.
E insomma, loro proprio non mi vogliono, in un mese manco una cartolina da Celle Ligure.
Con scritto "saluti e baci, ci manchi, Mauro e Elda"
Invece Giuseppe viene ogni mercoledì a colloquio.
Stavolta gli ho chiesto la discografia intera degli AC/DC. Volevo qualcosa di forte, a scivolarmi via le ore.
Mi passa la chiavetta dalla feritoia, insieme a ritagli di giornale che parlano del mio strampalato caso umano.
E' già ora di andare.
Con la coda dell'occhio vedo di sghembo il muro dello stadio, rosso e imbrattato di scritte.
Ricordo tutte le giornate che ci ho passato dentro.
Prima dentro, ora fuori ma pur sempre dentro.
Che strano esser dentro quando in realtà si è fuori. E non si sa che vuol dire esser dentro per davvero.
I muri dello stadio parlano di voce propria, urlata, sgolata, stramazzata.
C'è un "forza Genua", ma vi rendete conto? Andrebbero studiate apposite forme reclusive per gli illetterati.
Poco più in basso però c'è anche un "forza Sandoria"
Uno sgorbio grammaticale per ogni schieramento.
Siamo circondati da compagni che sbagliano.
Costellati da fenomeni paranormali che arrancano a stento su stecche di carne -denominate gambe o più propriamente zampe- le cui malferme definizioni ci fanno sorridere e rabbrividire.
"Questo è tutto fuori, Mario, non dargli retta. Questo tempo pochi giorni fa il botto, capisciammé."
E il botto quando viene non lo senti arrivare, ma lo fai.
E' un lungo salto nel buio, a perdifiato.
Non serve mica un kalashnikov, che figura farebbe la tua gualcita lettera d'obiettore?
Fedeli alla linea anche nel dramma. Un'ascia sapientemente levigata e bordata di smalto anticorrosione rosso basterà.
Quando il sopruso è più grande, poi non pensi più e la forza duplica, triplica, centuplica.
Sai quante volte avrei demolito volentieri la Postazione Otto?
Tutti quei computerini ronzanti che controllano i percorsi in sequenza delle elettrosaldatrici a controllo numerico, la sala per le fusioni in conchiglia, il corridoio semibuio, serie continua di scaffali traboccanti scartoffie.
Beh oggi lo faccio. Non ci credete? Allora state a guardare per bene.
Però non vi impressionate, ragazzi, non sono Freddy Kruger.
Non vi sarà torto un capello.
Bianchi, che fai? piangi? e tu, Morabito, grand'e'gross ciula e gaioff, ti sei fatto uno schizzetto di sciolta nei mutandoni?
Galline siete. Io sono un Giustone.
E mo' sfascio con un gesto repentino anche la scrivania in palissandro del Grande Capo, violento la sua poltrona in pelle di dinosauro nappato e mentre lui si rifugia nel cesso, faccio scempio della sua collezione di swarowski comprati a peso d'oro in ogni parte del mondo e spiaccico con metodo e dedizione quegli orribili modellini di Mercedes.
Sono un  proletario e amo solo la Dacia e la R4.
E poi, in strada, mentre sento le sirene arrivare - ma come, GIA' le sirene, sarà durato al massimo sei minuti, non siamo mica nel film del Blues Brothers - vedo quelle povere cavie, pappagallini tristi in colori pastello, criceti operosamente frustrati addetti alla loro ruota, cagnolini implumi dal viso triste abbioccato al vetro.
Beh fatto il trenta, via col trentuno.
Un colpo per vetrina, sei o sette per gabbiera, una gomitata al naso del commesso, che sanguina copiosamente.
E loro che fanno? Loro si guardano attorno sbigottiti e NON SCAPPANO.
Io li libero e loro stanno lì.
Bastardi.
Sono ammutolito.
Mi prendono.
Sarei scappato, io, avrei venduto cara la pelle, quant'è ver'iddio.
Invece rimango immobile e mi prendono.
Due calci nella schiena, altri due sulla faccia e tante, troppe urla inutili.
Mi impacchettano come un salame e via.

Alla fine, però, qui non va male.
Pasti caldi e molta tranquillità.
Nessuno che attenta alle mie terga.
Sanno: Rapido come un'anguilla e scattante come un felino.
Oggi è martedi. Domani invece sarà Mercoledì, verrà Giuseppe e gli dirò che con gli AC/DC divento troppo nervoso, se mi procura qualcosa degli Yes o dei Gentle Giant sarò un uomo felice.

Poi mangerò il polpettone che sua zia Giuditta La Pasionaria prepara con tanto amore per il suo Fiero Rivoluzionario.

E infine dormirò, guardando di sghembo il muro dello stadio.
Dove stan scritte le cose della vita.

[ogni personaggio o fatto è fatto come un cammello, ma non per questo è reale. Escluso Giuseppe, che è reale e che saluto ossequiosamente da queste pagine.
Grazie a Michele per la foto.
] 

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15/08/2009

Sei e quindici.
Il porto è chiuso, fino a lunedì non si muove paglia.
Mi sono attardato, avevo necessità di una bella doccia.
Capelli bagnati inzuppano la camicia al centro della schiena e fa decisamente più fresco rispetto a ieri.
Sono il penultimo uomo su questo lembo di terra strappato al mare.
Saluto con la manina l'addetto alla sbarra, transitandovi sotto a cinquanta all'ora.
Lui è l'ultimo.
Stomaco brontola chiedendo una brioche alla marmellata e un caffè macchiato.
Pochissimi veicoli nella bruma del primo mattino, ventun chilometri da fare, qualcosa d'aperto ci sarà.
Voltri non pervenuto, idem Palmaro e poi Prà.
A Pegli son certo che esiste un bar tabacchi sempre aperto anche a Natale.
Infatti: peccato sia gremito di giovani alquanto esaltati di ritorno dalla disco.
Vibrano come corde di violino. Saltellano con l'argento vivo addosso.
Perchè cercar rogne quando non ce n'è bisogno?
Vado alla "fognazza", la spiaggia di Multedo.
Quel condominio, piantato quasi sul mare e servito dall'unica strada sterrata, polveroso, costruito in pianta a "C" sembra una casa di ringhiera e poco ha a che vedere coi metodi liguri.
Mi sono sempre chiesto che faccia avessero quelli che ci abitano.
Mare davanti e polvere che sale dalla strada.
Roba da neorealismo.
Il bar della spiaggia è aperto e un alacre ometto piazza fuori le sdraio.
Pescatore ancora alle prese con l'ultima canna, vestito di nero, suda.
Un altro issa il gozzo sul carrello, lo aggancia alla fune dell'argano, poi va nel gabbiotto, aziona una leva e con un sottile ronzio la barca viene su, a secco.
Rimorchiatori trainano un cargo arrugginito dal dolce nome di donna entro i moli del bacino di carenaggio.
Siamo in quattro, distribuiti su cinquecento metri abbondanti di spiaggia.
- Ha qualcosa da mangiare?
- Mah, mi han portato delle brioche ieri ma non so cosa c'è dentro.
- Mi sa che passo, grazie.
Ultime pagine del mio libro, mentre mi riprometto di concluderlo sono conscio di non riuscire a farlo.
Viene su il caldo e arrivano i bagnanti.
Ce n'è di ogni tipo. Generalmente chiassosi.
Infatti faccio fagotto, inforco il motorino e mi eclisso.
Nel cuore di Sestri, alla ricerca dei bar soliti, inesorabilmente chiusi.
Ce n'è uno a Cornigliano, gremito di sudamericani sbronzi e chiassosi che si pigliano a gran manate.
Mi sa che passo, grazie.
Inutile cercar rogne quando non se ne abbisogna.
Sampierdarena è il Deserto Dei Tartari.
Di Negro, via Milano, via San Benedetto sono prive di esseri umani.
La Stazione Principe è un mortorio.
In Via Sant'Ugo supero un vecchietto ottantenne che marcia esattamente a centro carreggiata, brandendo il volante della sua Opel Corsa primo modello come fosse un timone.
Mi ci sgolo il clacson e lui si risente:
- Ma vanni a da via u cù, belinùn.
La voce è quella classica dei vecchietti del West.
Oregina è deserta.
Un gatto suicida mi attraversa la strada, ma è rossiccio.
Oregina ha le finestre tutte chiuse, le uniche aperte sono le mie, me le sono dimenticate da ieri.
Ferragosto old style, nessuno in giro alla faccia della crisi, come ai vecchi tempi.
Chi predilige le ferie a giugno o a settembre, per l'epoca dei funghi, ha la fortuna di godersi questi scenari inusuali.
Ricordo le decine di ferragosti passati in città.
Col naso in su a guardare il nulla.
Senza noia, con una specie di lieve sorriso ebete.
Che a me il passato piace a prescindere.
Certi ricordi un po' meno, ma d'altronde sono difficili da uccidere.

Sembra quasi il Settantanove, peccato la luce sia diversa.

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25/07/2009

Smettila di camminarmi addosso

Mio nonno diceva che fortuna e sfortuna te li crei da te, con le tue stesse mani.
Era l'ovvia risposta di un uomo che lavorava da quando sorgeva il sole a quando calava, perchè questo era l'unico modo.
Adesso non abbiamo più fame.
Forse torneremo ad averne, ma al momento no.
Assaggiamo vite a casaccio come alberi che si ramificano troppo, dimentichiamo, siamo maestri in questo.
E, dentro alla nostra folle corsa per non ricordare, ci sembra quasi bello il "vivere nel tubo" dei nostri avi, che non abbiamo mai sperimentato.
Invece le cose accadono.
Ogni giorno ed in ogni istante, lontano da noi o vicinissimo, magari appena pochi centimetri oltre una parete di cartongesso, che fa filtrare ogni rumore.
E molte e ancora molte cose avvengono semplicemente per ignoranza pressapochismo, sfinimento, chiusura al mondo, logorio, male di vivere.
Più e più gente ha oggi voglia di morire, ma stenta ad ammetterlo a sé stessa. 
E poi un giorno, finalmente, si realizzano le giuste condizioni e si è pronti per l'ultimo lancio.
Non c'è misura paritaria nella sfiga.
Ognuno di noi si sente piagato, fino al momento in cui incontra uno che piagato lo è davvero.
Ognuno di noi è piagato, marchiato a fuoco.
Ognuno di noi cammina su un piano vellutato e privo di asperità, col gran sorriso ebete di quelli a cui riesce tutto facile.
E questo alla faccia di chi ha divorato tutto e perduto tutto.
Non esiste via di mezzo nella sfiga: tra i bastonati e i dritti non esiste posizione mediana.
Chi fende la folla accomodato tranquillamente su un sedile di alcantara.
Chi, fuori, batte col palmo aperto della mano sui finestrini.
Claudia osserva tutto e gira la testa a 360° gradi come She Devil.
Non le sfugge niente.
E continua a parlare di quelle cose che la gente non vuole vedere, nasconde, dissimula.
Perchè fanno molto medioevo.
Infatti ci siamo.
Benvenuti.

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17/07/2009

playaaaaaaa

Discorsi di mare nelle orecchie, che non si possono far tacere tutti.
Asserzioni, confidenze, dissertazioni, una valanga di inutili parole fatte solo per occupare un tempo.
Che peraltro starebbe molto meglio bianco, diafano, indistinto.
- Marucchine vieqquà, fammevedé la mercanzia!
- Signora io le mostro tuto, però sono Senegalese...
- Evabbé, Marucchine, Sinigagliese, fà uguale, vieqquà e favvedè...
Li odio tutti. Vorrei sedici bazooka collegati in serie, caricati a merda di mulo.
(vi credevate che anche io, intellettuale da bettola, aderissi alla deriva giustizialista??)
Poi non ci penso più e tutto intorno diventa soltanto un brusio indistinto.
Musica, grida di bimbi, mugolare di cagnolini annoiati che sadici padroni costringono alla tintarella, lasciandoli a seminar profumati regalini, cui le ciabatte di pezza sono infallibili detector.
Sudamericani scendono alla spiaggia in massa nel giorno di festa e portano 400 watt di stereo rigorosamente a pile che pompa per un'ora stile rave party, poi si affievolisce e lancia lugubri lamenti sconnessi come i demoni della Casa di Mary.
Un ragazzino splatter pesca meduse e le fa seccare al sole.
Io gli dico  -perchè lo fai?-  e lui mi risponde  -vedi di farti i cazzi tuoi.-
Roba che l'avessi fatto trent'anni fa eran sonore randellate e il resto lo prendevo a casa dal babbo anzi manco glielo avrei raccontato, che buscare una volta al giorno è abbastanza, la seconda si evita.
Io non so arpeggiare come De Gregori, altrimenti a sta gente intonerei La Casa Di Hilde, li costringerei tutti a cantare con me quel brano bellissimo, puntando alla gola di ciascuno un grosso coltello da sub cesellato in puro marzapane.
Vorrei far sentire a tutti lo scricchiolio d'aghi di pino sotto le suole o il luccichio dei diamanti nascosti dentro la cetra.
Vorrei far toccare a st'infame ammasso di miscredenti avvezzi a Mario Merola e alla Spears quella luna enorme che puoi sfiorare con un dito se vuoi, tanto è lì solo per te, far capire il silenzio a questa congrega di boccaloni urlanti il niente.
Ma il massimo che so suonare è lo scacciapensieri.
Quindi sono del gatto.
Mi ficco le pinne e prendo il largo, a 150 metri c'è la "boa lontana" ma il vociare disordinato si sente ancora, allora la oltrepasso di almeno il doppio e sono nel silenzio dello sconfinato azzurrore.
Però mi giunge ancora Coccobééélllo Coccobééé...
Attendo con pazienza che lo strillone col secchiello abbia inforcato il voltino della ferrovia e per un istante, facendo il morto, godo intensamente di un relax profondo e totale, benchè miniaturizzato.

Ecco, adesso devo pensare a come tornare indietro.

(baci a tutti)

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02/07/2009

gatx

Nessun ferroviere ha la vista a raggi x.
Noi non siamo i grandissimi sacchi di bratta che qualcuno vorrebbe far credere.
Ma nemmeno superuomini con poteri paranormali.
Le verifiche tecnico-strutturali ai carri sono esternalizzate, ormai da tempo.
La vista a raggi x ci verrebbe anche bene, per un sacco di cose.
E pure la capacità di percepire gli ultrasuoni.
Peccato, non ne disponiamo.

Vi bastino queste due frasi. Non dirò altro.
Da noi chi parla ha la lettera di licenziamento pronta.
E io tengo famiglia.
Quindi non dirò null'altro, né a discapito, né a favore.
Ma stavolta mi verrebbe da dare ragione a Nanni.

Nei forum, sui blog, leggo di ferrovieri fannulloni, inetti, incapaci, operatori distratti e privilegiati.
Una levata di scudi: c'è chi ha dato già le colpe.
Ma noi che camminiamo sui binari siamo gente preparata, che conosce e applica i regolamenti.
Almeno per una grande maggioranza.

A me rimane un enorme, inestinguibile sgomento.
Una grande tristezza.
Fosse accaduto nella stazione in cui lavoro, stretta tra due file di palazzi di cinque piani e sempre affollata, ci sarebbero stati forse mille morti. Sarebbe stato un bilancio da bombardamento.
Mi si gela il sangue. Il trasporto non deve fare vittime. una volta, quando si faceva tutto al nostro interno, certe cose non sarebbero potute accadere.
E quando mi toccherà di dover controllare le "Cisterne Trecate" avrò fiatone e salivazione a zero.
Non mi piace aver paura, ma mi tocca averne. non sono Mandrake, io un assale fessurato al suo interno non posso davvero vederlo.

Voi date pure le vostre colpe: potrà starvi anche sui maroni, ma stavolta ha ragione Nanni.

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26/06/2009

giocobimbi

Teresa, la bidella del primo piano, amata dai bimbi.
Cinquant'anni e una morte improvvisa e sconcertante.
Un gioco in legno, nel bel mezzo del giardino, dedicato a lei.
Un biglietto, lì appeso, scritto a caratteri enormi e malfermi da un bimbo che non sa ancora scrivere.
Commozione reale, che svetta tra le mille commozioni fittizie di una società dalle lacrime facili.
Delle lacrime tascabili, delle lacrime a pagamento.
Delle lacrime funzionali al potere.
Teresa io l'ho vista, seduta sulla sua sedia in plastica blu, scolorita.
Al piano terra, in un angolo d'ombra, coi suoi fuseaux scuri e la maglietta bianca, i suoi incisivi sporgenti.
Ha detto "buona estate, Attila, ci vediamo a settembre".
E lui con una specie di sorriso ingenuo, quel ridere di ogni cosa, quel fremere ignaro.
Che ogni volta è la prima volta.
Che ogni volta è l'ultima volta.
Dopo una corsa furibonda, il dramma di essere di corsa anche all'ultimo giorno d'asilo.
I saluti della Maestra Autism, i baci, gli auguri di buone ferie.
Il liquido commiato della Maestra Psyco, che se ne va in pensione.
I gradini fatti di corsa, il bimbo che fa domande e non sa che tra pochi mesi rivedrà tutti e saranno tutti cambiati, tutti più grandi.
Il collega col sorriso simpatico, la maglia attillata e i muscoli da palestra, la moglie col braccio ingessato e il figlioletto che sbraita in auto saltando sui sedili.
E lui sale felice sulla Kawasaki per un viaggio di novecentocinquanta metri.
Il piccolo sedere sporco di terra e le manine ad aggrapparsi ai fianchi.
Ha cinque anni e arriva già alle pedane, per il codice stradale è in regola, ma non lo è la testa del padre, la testa che frigge, quella di chi ha visto un volto sovrapposto a qualcun altro e chissaperchè gli sembra d'aver guardato per un istante negli occhi un fantasma.

poi la strada, i rumori soliti, i soliti discorsi, la solita vita.

buona estate, figgieu.

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17/06/2009

pentedattilo

In casa c’è disordine, sembra il fotogramma successivo al passaggio di un tornado, ma è soltanto lo sforzo molecolare del regredire alla struttura semplice. Il decomporsi.

La furia degli elementi ha progressivamente lasciato campo libero alla stasi.

Luce obliqua filtra dalle feritoie di finestre spalancate su persiane chiuse.

Polvere turbina in mulinelli lentissimi e sghembi, sale e s’illumina, indolente.

Piatti sporchi, lasciati da troppo tempo nel lavello di marmo grigio, sguazzano in una melma verdastra d’alghe malsane.

Resti di cibo, sparsi disordinatamente sul tavolo dal tamburo ormai sfaldato, sono preda di vermi voraci.

Mosche danzano strane traiettorie su un dannato quasi giorno, trionfo di un passato cruento su un futuro nullo.

Vecchie sedie dall’impagliatura scoppiata, mattonelle esagonali sollevate dall’umido, carta da parati avvizzita in mostruose mani scarne tese verso il suolo.

Ragnatele a dominare la scena, avide e lussureggianti, isole appiccicose in mezzo alla rovina.

Alla nostra rovina.

Avevamo tutto e lo abbiamo perduto.

Andati via, ognuno per la propria strada, per sempre, senza voltarci indietro.

Divisi gli stracci, le armi, le risate a bocca spalancata, quasi a voler consumare tutta l’aria disponibile.

Divise le lacrime, una ad una, segata in due ogni singola goccia.

Lenzuola madide di sudore, tagliate a strisce sottili, per impiccarvi i ricordi.

Uno ad uno.

Ritagli di giornale riposti ad ingiallire alla luce buia di un abatjour rotto.
Ruggine cola da termosifoni bucati.

Il silenzio è violato a tratti dagli scricchiolii delle assi piagate, sibili soffocati di corpi murati vivi.

Qui non c’è nessuno.

Nessuno, d’altronde, si aspettava di trovare anima viva.

Alla prossima neve il trave maestro si spezzerà nel bel mezzo.

I solai cederanno, uno ad uno, con un tonfo sommesso, privo di spettatori.

Rimarrà soltanto un recinto murario, una parvenza di struttura.

Poi giù le architravi delle finestre, solo cumuli di grosse pietre sparse in sequenza casuale tra le erbacce.

Di lì a poco rimarrà soltanto un ammasso di rampicanti a fiorire spavaldo sotto il sole di giugno.

E la natura avrà vinto su di noi.

(l'immagine, presa in prestito dal blog di Grizzly, motociclista calabro, raffigura il paese abbandonato di Pentedattilo).

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12/06/2009

Immag010

"guerrieriiiii.... giochiamo a fare la guerra???"

Coney Island: ognuno credo ne abbia una.
La mia si chiama Ace Mouth e le sue vecchie case sfregiate dal mare si sfaldano come pastesfoglie variopinte.
Qui nessuno ti caccia se hai bisogno di scrivere e a tal scopo espropri una sedia azzurra e un tavolino di legno impregnato di salsedine. Sì, proprio quello su cui gli anziani pescatori scelgono e preparano il pesce, appena tirato su dai gozzi, ancora scintillante di squame argentee.
E i Guerrieri della Notte, affacciati sulla spiaggia di Coney Island, vittoriosi e sazi di mazzate, finalmente si sciolgono in un sorriso e non fanno quasi neanche più paura.
All'alba la voce del mare spadroneggia, il suo rimbombo fischia alle orecchie, copre ogni umana attività che inizia ovattata, quasi in sordina, quasi a chiedere il permesso a tutto questo perenne vociare di mondo.
Ogni profilo ha il suo gusto, qui non abbiamo la grande ruota del Luna Park ma il Promontorio avvolto dalla bruma è anche cento, mille volte più bello.
E' che sono stato troppo indulgente, con me stesso e con gli altri, in questi ultimi giorni, mesi, anni. E non so come sia potuto accadere.
Ma da domani qualcosa dovrà cambiare, perchè non mi piaccio più. Perchè per mia natura non posso adeguarmi, nè indietreggiare, non devo stare buono, tranquillo, a cuccia.
E se è tardi per esser giovane, allora è presto per esser giunto al capolinea.
Questo la gente deve sapere.
E ora, su, da bravi, fate tutti pace. Tutte le gang della Grande Pera, della decadente Città dei Tossici, smettano per sei minuti di prendersi a randellate e si stringano la mano, guardandosi il muso.
Ho preparato un gotto di bianco e un pezzo di focaccia  con la cipolla, a tale scopo, uno per ciascuno.
Che la birra a noi ci fa venire la colite.
Poi però si va tutti a casa, intesi? Si ripone la mazza da baseball sotto il cuscino e via.

Buon riposo, Guerrieri.

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11/06/2009

Stanotte mi è accaduto di sognare al futuro.
Un futuro abbastanza prossimo, diciamo una decina d'anni.
In questo tipo di sogni, in genere, ho un interlocutore. Ma è come se una parte della mia psiche si accorgesse della fenomenale opportunità e allora stordisco il pover'uomo di domande, lui si scazza e mi fa finire il sogno, facendomi risvegliare a bocca asciutta.
Inizio a chedergli un sacco di cose, tipo se Trenitalia è fallita, chi ci governa attualmente, se la camorra è riuscita o meno ad accoppare Saviano, come va la Sampdoria, se Andreotti è ancora vivo o ha girato l'occhio, che fine ha fatto Troy Bayliss, se le auto vanno a idrogeno , se il GPL è aumentato oppure se sul Righi hanno costruito una serie di pale eoliche, per sfruttare il vento che qui a Genova non smette mai.
E lui a poco a poco si eclissa, incazzato perchè non lo lascio parlare.
A mio nonno capitava una cosa simile, chiedeva al suo interlocutore i numeri del lotto e l'altro puntualmente tergiversava. E lui rimaneva con la sua pensione dell'Italsider.
Nella fattispecie, di quest'ultimo sogno ricordo solo che Attila studiava al liceo e che mi ero comprato un TDM 900, ormai veicolo d'epoca.

Guardo Silvano che dorme qui sulla sua poltroncina in midollino intrecciato. Lui tra dieci anni non ci sarà più, ne ha già undici e i gatti difficilmente diventano maggiorenni.

E mi viene un po' di tristezza.

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11/06/2009

Sempre allegri dobbiamo stare, che il nostro piangere fa male al Re.
Figli del nuovo sistema, figli dell'a-culturalità, rallegratevi.
E' in arrivo questa nuova droga, l'unica in grado di spazzare via vecchie ideologie di morte, far impallidire tristi simboli di un passato a cui ciascuno di voi non vuole... eh, certo che no, appartenere.
Fanciulle leggiadre schiudono le cosce come variopinte farfalle su fiori d'oppio, fan scordare tutte le cose brutte, la crisi, l'esser governati da un fantoccio fascista colmo di viagra, le rate del suv per le quali non basta più nemmeno la cessione del quinto dello stipendio.
Questa natura ingrata da dominare, liberi dai vincoli del Protocollo di Skroto.
Gangli cerebrali di lumache demotivate che mangiano bluastri cubetti di metaldeide e muoiono prima di arrivare alla loro agognata e tenera insalata.
E' che siamo nella merda fino al collo, maifrènds, ma diciamolo sottovoce.

E il primo che grida "non fate l'onda!!!!" lo inculo.

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03/06/2009

Molti bimbi di oggi sanno a memoria le canzoni di Cristina Da Vena.
Oppure li senti in strada gridare "itaglia unooooooooo" mentre giocano.
E vomiti il carpaccio di spada sui calzini traforati.
Invece Attila no. Lui arriva a casa e mi dice: "Papà, latte e biscotti e poi mi metti the Loostel??"
Vi avevo già raccontato della sua passione per i Linea77, che sono sì una "band giovanile" ma all'asilo, ti dirò, sembra un pò presto.
Poi, crescendo, i gusti si affinano ed ecco quindi gli Alice in Chains: ascoltati una volta in auto e ZOT! folgorazione...
Il testo di Rooster è dedicato al padre di Jerry Cantrell, il chitarrista della band, che combatté in Vietnam. L'ho tradotto sommariamente e ci stavo riflettendo un attimino sopra.
Attila non sa l'ingese: meglio.
Ma ha un'amichetta semi-americana, lo imparerà ben presto, per osmosi.
Allora devo correre  a comprare i dischi di Cristina Da Vena, chissà se sono ancora'n'tempo...

"Ancora non ho trovato un modo per uccidermi
gli occhi bruciano di sudore pungente
sembra che ogni strada mi porti al nulla
mia moglie, i ragazzi, faccende e animali domestici
la divisa dell’esercito non è stata una scommessa sicura
le pallottole mi fischiano attorno da qualche parte

Ecco, arrivano ad ammazzare il Gallo
sì, ecco che arriva il Gallo
lo sai che lui non morirà,
no, no, no, lo sai che non morirà

Uomo mitra che cammina
mi sputano addosso nella mia madrepatria
Gloria mi ha mandato delle foto di mio figlio
ho preso le pillole contro la malaria
il mio compagno sta esalando l’ultimo respiro
Oh Dio ti prego aiutami a venirne fuori"

Un giorno, quando lui sarà grande, mi dirà: "hey, dad, ma chemminchia di musica mi facevi ascoltare sulla tua cadill..ehm...dacia?"

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03/06/2009

Cos'è il cosmo?
Cosa sono i neutrini?
Se poniamo ics uguale a pigreco mezzi, allora ipsilon a cosa è uguale?
Ma soprattutto:
A chemminchia serve un blog?
E' una terapia antistress?
(vedi gente che chiude, sparisce e poi dove va?)
E' l'estrinsecazione di un lato di noi stessi che se nella vita reale si venisse a sapere i nostri colleghi o amici chiamerebbero il 118 e ci farebbero portare a Pratozanino?
(famoso ospedale psichiatrico di Cogoleto, oggi in rovina)
Io non lo so.
Magari sarebbe terapeutico andarmi a rileggere questi cinque anni abbondanti, ma non credo di averne il tempo.
Eppure servirebbe, forse.
Scoprire che uno come me, che urla sempre ai quattro venti di non cambiare mai e di essere la fotocopia grassa e brizzolata di quello di vent'anni fa, si scopre invece cambiato.
In soli cinque anni.

Mah...

A volte mi sembra d'essere un pescatore, ritto sulla Diga Foranea, anni e anni persi nell'attesa di un branzino da chilo che non arriva mai...

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02/06/2009

ilpiantodellefalene

Acherontia Atropos.
Meglio nota col nome di Sfinge Testa di Morto.
L'unico lepidottero in grado di emettere suoni, una specie di stridìo simile ad un lamento.
Quella del "Silenzio degli Innocenti", per intenderci...
Una donna con un fardello sulle spalle, un piccolo paese di provincia, un bar, una piazza, un manipolo di personaggi così normali e speciali allo stesso momento, descritti minuziosamente nei loro gesti più consueti, nel loro abbigliamento vagamente vintage.
Un prologo folgorante, vero colpo da maestro.
E un pacchetto che lo sconosciuto corriere mi recapita a casa, annunciandosi al citofono, un oggettto piccolo, fasciato di carta comune, marroncina, coll'indirizzo del mittente e del destinatario scritti a pennarello nero, in bella grafia.
Un oggetto da sfogliare, che a poco a poco mi trascina dentro un vortice giallo di anni settanta fuggevoli e grati, nonsoperché, dove non succede niente ma succede tutto, un turbine di muretti a secco e gechi immobili nella calura.
Di scale col parapetto in ferro battuto ed echi di passi sotto il porticato.
Una camera con vista sul deserto.
Un guardarsi attentamente i piedi, nudi sul selciato.

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29/05/2009

Dire fanculo non basta:
Dire che qualche ruga in più o qualche chilo di troppo non fanno male, tanto ho le analisi del sangue di un bambino delle medie e ho anche smesso di bere.
Che il paesaggio dal finestrino è sempre lo stesso, prima rosso, poi beige, poi grigio e bianco, adesso verde e giallo, si articolano e susseguono le stagioni, martedì si va all'Antola a vedere la fioritura e mi sento vecchio, troppo vecchio al cospetto di un mondo arbitrariamente pilotato a dare sistematicamente il peggio di sé, che per qualcuno invece potrebbe essere il meglio ed è colpa mia, certo, ormai sono anziano e non so capire, per me ogni cosa è esatta o errata dall'inizio senza il bisogno di trapuntarla a paillettes per darle più "carisma e sintomatico mistero".
Buttato giù così, senza neanche un punto.
Alla faccia di chi, come me, odia i periodi lunghi.
E allora corro per questa strada di campagna col gomito fuori dal finestrino, la sigaretta in mano e i Black Sabbath nel lettore.
Di qua la natura, sempre coerente, grigia o lucente a seconda dei casi, di là la società, sfavillante di decadenza relegata ai bordi, dove il tempo scorre più lentamente e sembra dire che non ci si rinnova soltanto cambiando la confezione ad un prodotto vecchio e già pubblicamente riconosciuto come "agente contaminante".
E via così, fino alla nausea.
Invece tutti nel turbine, progettare nuovi involucri, pararsi le chiappe con le manine aperte, uno dopo l'altro, "tu morire ma prima ancora pochino di buma-buma"...
Sto a guardare, da distante, sotto un ciliegio il cui tavolo ikea prestato ad un uso outdoor oggi si appresta a illuminarsi di un bel giallo ocra.
Il libro che sto leggendo, nonsoperchè, mi rende la giornata gialla di luce, emanata dai ricordi anni settanta.

E tengo in un cassetto tutti i miei mulini a vento, finisco di verniciare ste robe e poi vado a fargli un culo così.

baci! benvenuti nel post-fascismo.

e mi perdonino Battiato e Wall-e per le citazioni.

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19/05/2009

Uno a 50 anni avrebbe ancora molte cose da fare.
Vorrebbe far scorrere gli ultimi anni di lavoro, farsi i conti per giungere a fine mese.
Andare su e giù per la strada di Praglia con la sua moto da enduro.
Arrostirsi al sole pescando sulla Diga Foranea.
Magari vorrebbe vedere i figli sistemati, diplomati, laureati o sailcazzo cosa.
Vederli prendere una loro strada.
Vorrebbe guardarsi invecchiare davanti ad un mazzo di carte, spargere pane raffermo ai fottuti piccioni, giù al parco, seduto su una panchina di plastica verde.
Invece muore.
Dopo anni d'impegno in una lotta inutile.
Fuori, sul sagrato, ci siamo tutti a seccare ad un sole troppo caldo per essere Maggio.
Tutti noi, gli allergici alla chiesa.
Ci si rivede con colleghi in pensione da dieci anni.
Con chi fa ancora il tamarro, la canottiera buona, i rayban a specchio e una grossa croce dorata sul petto, stile Ozzy.
Con chi ha fatto carriera e lavora lontano. Chi ha avuto una paresi e gira col bastone, i capelli un po' lunghi spettinati dalla brezza leggera. Chi non è cambiato per niente e va ancora a piedi sull'Antola i primi maggio e i venticinque d'aprile. Chi ama sempre mangiare e bere e chi invece è costretto alla dieta ferrea. Chi ha raggranellato qualche soldo e chi invece ha le pezze al culo.
Con chi ti ha insegnato a lavorare e gli vorrai bene sempre, anche se ti chiamava "loegu" e "mianda".
E ti invita con una punta d'orgoglio alla festa dei partigiani di Isogreen.
Insomma, siamo lì in piedi a seccare come merde al sole.
E allora un cortese vaffanculo a tutte le parole inutili, a tutte le cose non essenziali, alle sensazioni fallaci e agli accadimenti sicuri ed imminenti.
Ai discorsi triti e ritriti, di terza mano. Alle persone che non sanno cogliere, a quelli che se ne fottono, a quelli che "mors tua vita mea", a quelli che così è la vita.
Una stretta di mano e un sorriso a chi rimane.
E un saluto a chi va via.

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06/05/2009

"Sì, va bene:
cammineremo fino al confine
lasciando la nostra pioggia
un freddo baratto, per un caldo sole.
Ti difenderò, amico mio.
E se cambieremo
ti amerò comunque."

a volte è bello scoprire la necessità di averne bisogno.

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28/04/2009

E invece è solo questione di accorgersene.
Valutare che è davvero tutto qui, abbandonare i giri di parole, nei quali io e quelli della mia generazione siamo maestri indiscussi.
E' che ci hanno voluti complicati e sbilenchi. Ci hanno cresciuti così, a diamanti e ortiche.
(mentre il loro intento era quello di renderci esseri pragmatici e unidirezionali, in pratica siamo vittime di uno strano effetto collaterale.)
E ci dibattiamo spesso come anguille in una rete, convinti di poterla lacerare in un sol colpo di coda, al momento opportuno.
(che fatica sempre ad arrivare.)
Quando basterebbe soltanto una cosa:
Tornare indietro, un concetto semplice.
Tagliare rami uno ad uno, prima quelli in basso, laterali, tanto non sopravviverebbero a lungo nella penombra del sottobosco che imbavaglia la fotosintesi.
Questo lo sappiamo bene. E' unanimemente palese.
Serve piuttosto la punta, una cima rigogliosa e florida, che svetti e guardi il giro del sole, tutto intorno.
Serve concepire inutili le cose che non servono.
Toglierle via, valutarne un attimo la consistenza diafana e lasciarle indietro.
E' che spesso starei bene per conto mio. Che meno gente vedo e meglio è. Che le mille faccende a divorarmi il sonno potrebbero benissimo essere sedici, oppure quattro. Basterebbe soltanto un piccolo sforzo.
E' che molti guardano e passano e invece io mi fermo ad osservare e non mi stacco più.
E un pezzo della mia vita resta appiccicata là.
Tutto rimane immobile, immutabile, cristallizzato, in attesa del mio ritorno.
(in realtà si muove, ma in modo impercettibile: che prodigio sarebbe studiare i piccoli gesti consueti di chi è abituato all'essenziale, a centrare sempre il bersaglio grosso evitando di sperdersi in migliaia di frammenti...)
E' che a correre troppo poi vengono i calli, non riesci a dormire per l'acido lattico che ti addenta i polpacci in una morsa costante. E magari ti chiedi cento volte chi te lo fa fare.
Ma a restar fermo viene il male di vivere.
Ed è questa l'unica vera cosa a cui non si è preparati.

Quindi muovetevi con garbo, grazia e parsimonia: a poco a poco vi verrò dietro, non appena avrò le forze necessarie.

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26/04/2009

asinelli

Separati alla nascita.

lavazzuoli

Il posto in cui mi ritirerò dopo la pensione, dove manco il lupo verrà a stanarmi (però dovrò rinuciare al blog, perchè non c'è copertura gprs umts e vffnkl)

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