ci vediamo il
luglio...

..........................con tutto il resto già in agguato.

Sono le 23.30.
Come lì.
Il fuso orario è lo stesso.
Ho di fronte un paio di bottiglie deformate dalla cera.
Due candele illuminano fioche il piccolo locale a piano terra.
Silenzio.
Dalla finestra malandata, coi vetri rifatti in plexiglass rigido, guardo il fuori.
Il profilo dentato delle montagne.
Che non sono, ma sembrano.
Rilievi scabri e taglienti come le facce della gente di qua. Come la mia faccia.
Ogni tanto una formica o altra bestiola autoctona cammina sul mio piede scalzo, o sulla gamba.
Calma irreale. Fa quasi male ai timpani.
Disabituato a ciò, osservo la stellata vivida e uniforme sopra la mia testa.
Non ricordo di averne viste d'eguali. O forse da bambino, a casa di mio nonno, quando non volevo mai rientrare la sera.
La fascia nera della terra, punteggiata da migliaia di lucciole.
Trasposizone intermittente dello spicchio di cielo.
Esco, indossando la lampada a led, sulla fronte.
In fondo al grande prato, sotto il pruno dai contorni irregolari, brilla tra l'erba qualcosa di luminescente, quasi fosse un bivacco umano.
Estraggo il coltello, comprato anni fa a Toledo, che non si sa mai.
Mi dirigo, seguendo il sentiero che lo costeggia, con massima circospezione, quasi certo che nessuno verrebbe mai a metter tenda qui, per di più in un giorno infrasettimanale.
Nulla d'umano, infatti.
Sono occhi.
Una selva d'occhi, ferma ad osservarmi.
Avvicinandomi li distinguo, paio a paio. Non ho paura, il silenzio bestiale mi infonde coraggio.
Improvvisamente, senza emettere suoni, partono a razzo, in gruppo, tagliando il prato in diagonale e disperdendosi nella boscaglia, con una accelerazione degna di una R1 ultimo modello.
Daini o caprioli.
Rientro.
Dispongo il sacco a pelo sul vecchio materasso, dopo averlo coperto con un telo di plastica isolante.
Oriento la rete ad ovest, per non ricevere la luce dell'alba sulla faccia.
In lontananza li sento latrare, lugubri.
Sono un intruso e faccio in modo di dar fastidio il meno possibile.
Scendo nuovamente a piano terra, per prendere la bottiglia d'acqua ed il libro che sto leggendo e trovo un inaspettato ospite. O forse sono ospite suo.
Me lo vedo lì, intento a ravanare tra le mie cose.
Non fugge subito.
Ha una coda enorme e folta e un muso che sembra dirmi:
"ora che sei venuto a rompermi il belino fin qui, fammi almeno dare un'occhiata alle tue mercanzie, se c'è qualcosa che mi può servire..."
E' un ghiro.
Fugge.
Appendo le mie cose ad un grosso chiodo, su una delle travi dell'orditura.
Mezzanotte e mezza.
Ho sonno.
La temperatura esterna non supera i 15 gradi, ma dentro è decente: merito dello spesso muro in pietra.
Nel sacco a pelo si suda e non riesco a prender sonno, c'è troppo silenzio.
Ho portato il lettore, giurando di non usarlo.
Metto su Islands, uno tra i miei preferiti, tra gli album dei King Crimson e in generale.
Rifletto:
L'uomo ha cercato nel corso dei millenni ripari sempre più evoluti. Poi ha imparato a costruirseli. Queste case avranno due o trecento anni, all'incirca, ma forse anche qualcuno in più.
Egli è ormai inadatto a vivere là fuori, alla "chiarina".
Le bestie hanno folte pellicce e sistemi termoregolatori efficienti.
L'uomo ha ripari sicuri.
Siamo uguali, in fondo.
Ed è bello tornare bambino, ogni volta, come se a seguire ragionamenti complessi si perdessero di vista quelli più elementari:
gli unici che valgono sempre.
Domani partirò per un posto.
Sarà doverosamente una faccenda breve, legato come sono (e siamo), ad una serie di affetti e (purtroppo) obblighi.
Inutile dire che ci tengo molto. Ho stressato il mondo per ottenerlo.
In poco tempo ritengo aver la possibilità di capire molto, in generale ma anche riguardo me stesso, ed è quindi una esigenza di comprensione, più che un temporaneo esilio volontario.
La portata di ogni accadimento assume contorni esatti, nel momento in cui ci si trova in un luogo remoto, facendo affidamento esclusivamente sulle proprie forze.
Lasciando a casa anche il cellulare, zavorra inutile.
Verso il nulla si parte leggeri.
Ma è un nulla in cui c'è tutto. C'è la natura. Dòmina e tu le devi obbedire.
Non ti dà nulla, ma nemmeno ti chiede qualcosa in cambio.
Ci sono suoni che troppo spesso dimentico.
Sovrastano tutto.
C'è un silenzio assordante.
E, soprattutto, quel luogo rimarrà lì, coi suoi ritmi immutabili, nei secoli.
Una esperienza indefinitamente replicabile nel tempo.
La cruda verità è che a vent'anni, venticinque uno ha già capito tutto.
E, proseguendo, acquisendo esperienze anche molto importanti e formative, può essere che ne perda di altre.
Fondamentali.
Non ci si può obbligare ad essere felici, ma differenti sì.
qui è tutto finto.
le assi del palco, la quinta scorrevole in cartone variopinto.
le sagome in cartongesso dei figuranti.
gli strumenti d'orchestra
belli ma inutili
stampati d'infima plastica verniciata, non emetteranno mai una sola nota.
(c'è un mangianastri, dietro, sì che lo sai...)
cosa rimane, allora?
un bosco zeppo di falene impazzite
a cui qualche figlio di puttana ha spento il lampione.
Tengo un sacco di ferraglia, che non serve a nulla.
Tubi rugginosi, sottratti da una catasta in previsione di futuri ponteggi, danno un tocco magico al capanno degli attrezzi.
Vecchia zanzariera, che ha fatto il suo tempo ma "può ancora venire bene". E' subito lì, dietro alla porta. Sembra guardarmi.
- Ehi, hai deciso cosa fare di me?
Sacchi di cemento ed argilla espansa.
Bottiglie comprate in società con Highlander, prima che cessasse la voglia di travasar damigiane. Peraltro quasi subito. Perlomeno a me.
(in realtà, per onor di cronaca, io più che altro assaggiavo.)
Vecchie piastrelle da cesso, bianchiccie e con un fiorellino blu nel mezzo, metodicamente impilate, perchè tengono meno spazio eppoi non si sa mai.
Bicicletta consunta, trovata in un vicolo col cerchione sghembo, alla quale Mr. Jones si propone periodicamente di ridare dignità, senza trovarne mai il tempo.
Un libro di vecchi regolamenti e normative, raccattato in uno stanzino buio, smurato in occasione di una rilottizzazone edilizia.
Non so farlo rivivere, tanto vale ucciderlo. Arderlo in giardino in una giornata di sole, guardare il fumo salire lungo il profilo del cornicione, scostare per un attimo il volo radente dei gabbiani.
E' questo il nocciolo.
Non so privarmi di loro. Trovo mille scuse, mille ipotesi alternative di utilizzi futuri.
La mia diventerà una psicosi, a lungo andare. Se non lo è già.
Mi sovviene un poggiolo al piano rialzato, in una via secondaria di un quartiere decentrato.
Uno di quelli con la scaletta a scendere.
Il classico retro, sempre in ombra, pieno zeppo di rumente a vario titolo custodite.
Inclusi un fascione in plasticaccia greve, appartenuto ad una 126 e una portiera di "centoventotto sport".
Gialla.
Neri i vetri, marce le assicelle delle persiane.
Un groviglio di gechi, polvere e parietaria.
Ci abitava un tossico, mi disse Sergio, lui lo conosceva.
E' morto qualche anno fa. Il suo giardino è un intrico di rampicanti ed erbacce altissime, dove solo i gatti vanno a giocare.
Il non ritorno. Così diverso dal contrario etimologico della parola ritorno. Così pieno di sfaccettature, di particolari inconsueti, di emozioni relegate al passato.
Da chiudere bene in uno scatolone di carta e riporli da qualche parte.
Magari sul terrazzino di un povero cristo sconosciuto.
Stiparli nel bauletto dello scooter e portarceli. Scavalcare la rete metallica, farsi largo col macete tra gli erbaccioni, salire i gradini al barlume fioco di un'alba qualunque.
Metterli proprio lì: accanto alla gialla portiera staranno d'incanto. Avvolti dalla scanigèa, a tenergli caldo.
Oppure, evitando sbattimenti dal significato poco cristallino, riporli nel capanno.
Fino al giorno in cui, in un impeto di istinto razionalizzatore, getterò via tutto.
Ne farò una macchina piena e andrò all'Oasi Ecologica, che sono un buon cittadino, io.
Lo pulirò e ridipingerò di un bell'arancione sgargiante, a fare il paio col tavolo dell'ikea.
Lì dentro, affrancatomi da tutto, andrò a meditare sui massimi sistemi.
Troverò posto per gli scarponi da trekking, la mountain bike e le varie tute da ginnastica.
Le bottiglie di vino, comprate già fatte, la collezione di Diabolik che da sola tiene mezzo scaffale in salotto, spaccando alquanto i maroni.
E, finalmente, sarò felice.
Idea venutami nel giardino di questa persona qui, parlando con quest'altra persona qui. Due persone da tenere d'occhio...
Ehi...
Dico a voi!
Cosa vi hanno raccontato di Genova in tutti questi anni?
Vi han fatto teste così sul bellissimo acquario? Sul Porto Antico? Vi han raccontato che sono stati alla Spianata di Castelletto a guardare i tetti della città? Oppure alla passeggiata di Nervi? O sul Monte Fasce a godere dello spettacolare colpo d'occhio?
Vi han detto che Genova è la città della focaccia, della farinata, delle frittelle di bianchetti e del pesto?
Tutte belinate, non credeteci:
Genova è la città dei colombi, dei vigili e dei cani.
Ogni mattina, mentre mi affaccio in giardino per aprire le persiane e prendere una boccata d'aria, li vedo, lassù sul cornicione, disposti metodicamente in fila e con la coda al di fuori, in attesa del primo pirla.
Tempo alcuni secondi e gli ani alati danno inizio al loro bombardamento di guano maleodorante, somma dimostrazione di potere rispetto ad uno spocchioso bìpede, l'essere umano inteso in senso generale, che loro son fermamente convinti sia inferiore nella gerarchia evolutiva naturale.
E che dire dei vigili, esperti in materializzazione istantanea? Avrete sentito parlare di certi santoni indiani che pare abbiano il dono della teleportazione: traslano il loro corpo da un luogo A ad un luogo B in una frazione di secondo.
Beh, ora scordateveli. Quelli che abbiamo noi sono molto, molto più evoluti: traslano non solo il loro corpo, ma anche un grosso taccuino, denominato "Blocchetto Delle Contravvenzioni". Nessun altro al mondo ci riesce.
Mollo un attimo la moto in doppia fila per comprarmi un cannolo? Ftoong! Vigile!
Porto la rumenta fuori orario, perchè ieri sera avevo la dissenteria e non ho potuto? Ftoong! Vigile!
Mi levo la cintura per fare 20 metri di retromarcia, che ho visto un posteggio ed è già mezz'ora che giro come un babbeo? Ftoong! Vigile!
Porto mio figlio, che ha 4 anni 11 mesi e 27 giorni, in scooter sfrecciando sulla Sopraelevata a 65 km/h?
Ftoong! tre vigili! Materializzazione multipla, si chiama, in gergo tecnico:
uno mi dice che viaggiavo a 65 su una strada che ha limite di 60 km/h.
un altro che portavo un minore di anni cinque ed è fuori legge.
un altro che, trasportando un bambino dai 5 ai 12 anni, la mia velocità dev'essere limitata a 60 km/h esatti.
(e inoltre che il mio sediolo portabimbo è omologato solo in Germania e non va bene, ma non me lo contesta perchè oggi si sente buono...)
Gli lascio lì il motorino e vado a casa a piedi, che facciam prima...
Ma la terza piaga, di gran lunga la peggiore, sono i cani estroflessori di genitali e i loro ineducati padroni.
Ora, la mia moto, come ormai tutto il cosmo sa, è generalmente linda e lucida. Succede che la mattina, terminate le mie faccende standard, io mi rechi nel box a lucidare le cromature col boccettino di sidol e l'ovatta, prima di uscire a fare un paio di curve. Potrebbe darsi che, nell'espletamento di tali operazioni, io mi accorga di aver dimenticato il portafoglio a casa, con relativa patente e libretto di circolazione: nessun problema, faccio una capatina in loco, parcheggio il mezzo nello stretto viottolo, ma, appena varcata la soglia del portone, noto con orrore la sagoma di un grosso quadrupede portata a guinzaglio da un grosso bìpede. Tale sagoma palesa un piccolo erogatore di urina e lo dirige contro il mio cerchione anteriore, sul 'disco a margherita' con pinze radiali Brembo Serie Oro.
- ma che minchia fai, non vedi che l'ho appena lavata? -
- e a me che cazzo me ne frega? da qualche parte Killer devo pur farlo pisciare, no? -
- ok, d'accordo, ma ci sono migliaia di muretti e di scooter zozzi, non potevi portarlo lì? -
- certo, peccato che a Killer piaccia proprio tanto la tua ruota anteriore... -
- ma non vedi, sacco di bratta, che ho appena montato le NUOVE PINZE RADIALI? -
- io me ne fotto delle tue pinze, Killer vuol farla qui, e qui la fa! -
- quindi, se io ora vado giù, prendo la mia mazza da baseball Easton del '79 e te la giro sulla mandibola, allora anch'io posso farlo, è una cosa lecita? -
Il bìpede mi guarda leggermente timoroso, ma a quel punto il grosso quadrupede inizia a ringhiare e decido di lasciarli andar via.
La mia pinza è salva, ora posso partire per il consueto giretto, il portafoglio lo lascio a casa e che il Bodhisattva me la mandi buona.
Ma voi, turisti per naso, godetevi il Porto Antico...
Un tale originario del Veneto un giorno disse alla fidanzata:
- ma no che non ti ci porto sul Bigo di Renzo Piano, vieni sul Bigolo di Adriano, puoi andare su e giù quanto vuoi, ED E' GRATIS!
Questo racconto è dedicato al mio amico 'Highlander', lo costringerò a leggerlo e a dire a tutti che si è divertito un sacco. A sta belìn de vitta!
Il periodo in cui mi accingevo ad effettuare un taglio, una cesura, provando a muovermi con le mie gambe, fu tra i miei più duri.
Trattavasi di abbandonare la via levigata e provare a fare da solo.
Di voltare pagina, cambiare strada, cercarne una ex novo, che scorresse non troppo distante dal fiume.
Forse ero condizionato da Hesse, mi vedevo fiero ed impettito, col mio fazzoletto a pois appeso al bastone, nell'intento di esplorare cose altre di cui avevo soltanto sentito parlare.
Forse non ero condizionato, anzi, avevo soltanto subodorato il momento. Aironi affondati tra i flutti a metà zampa suggerivano smettere di lamentarmi se le trotelle non raggiungevano ancora la misura regolamentare.
Smettere di parlare e provare a fare.
Quando si sceglie può essere dolorosamente necessario, col sorriso stampato sulla faccia di chi ha la morte nel cuore, ma non lo ammetterebbe per nessun oro al mondo.
Oppure una triste ruga sul volto, raggio deforme di un sole enorme che scalda l'organismo al suo interno.
Quando si sceglie non si pensa, lo si fa in maniera ossessiva, prima e dopo. Ma mai nel momento.
E' realmente ciò che mi garba.
Ma quando si devia dal percorso usuale, concentrati ad equilibrare lo sterzo, solo un sasso sulla fronte piovuto dal cavalcavia può esser distrazione.
Perché quando si va altrove c'è sempre un ponte, un cavalcavia, un fiume o ruscello rumoroso e una sequenza di fili d'erba immobili ed equipollenti a tracciare la via.
Non c'è altro.
Qualche cavalletta o fiore spelacchiato, forse.
Dopo tanti anni di spago legato alla testa, di utile e dilettevole, eccetera, accettàti i miei cliché e la mia univoca riconducibilità ad un filo e una storia meno recente, è la prima volta che ripenso correttamente all'antica svolta.
Ai miei venticinque anni.
Senza rimanerne anziana ed incartapecorita vittima.
Fingere che tu non esista per non subire il rimorso che, in qualche luogo del cosmo, potesse succedere ed io non fossi lì a raccoglierti con mani umide d'erba.
Fingere che voi non siate esistiti mai a condividere un tratto di percorso, soltanto un intralcio. Al fatto che un giorno chissadove le vostre vite potessero, in una evoluzione graduale, essere attigue alla mia ed io non fossi lì ad accogliervi con mani cotte da un sole d'asfalto.
Che in fondo c'è sempre una striscia di bitume, per chi va via. E ruote.
Nebbia sottile d'alba sui campi.
Un filare di girasoli.
Mai partire al tramonto.
Ieri notte osservavo le gocce di pioggia, lanciate a fionda dal maestrale, tracciare striature quasi orizzontali sotto le torri faro del VTE.
Metà inzuppato e metà asciutto, come quello della famosa barzelletta su John Wayne, pensavo a te che dormivi al calduccio dentro al Santuario della Guardia.
Sognavi sicuramente angeli bianchissimi, candide pecorelle che imbelinerei volentieri nel catrame, leggiadre colombe a volar tutt'intorno recando ramoscelli d'ulivo nel becco, che poi gli veniva in mente Prodi e allora li sputavano subito, formando un delizioso manto di fogliame smangiucchiato ai tuoi piedi.
Il tuo entourage di prelati crucchi, provato dal lungo viaggio, beveva barbera nella sottostante Trattoria Da Mino, cantando a squarciagola salmi e alleluie. Mentre attrezzatissime squadre di vigilantes rimuovevano le utilitarie dei beccioni in camporella lungo il grande piazzale adiacente, in quanto avevano i Dìp Pàrpol a manetta e rompevano sostanzialmente il belino al lieto sonno papale.
Noi, da Mino, abbiamo vinto il Premio Valpolcevera in una gara di rutti, nell'ottantasei.
Il mio collega ha sull'armadietto una foto di Eva Henger, che chiama "Hangar", perchè è originario della Valle Berlino e non pronuncia la "e"
Lui sogna solo donne nude e c'avrà le sue buone ragioni.
Tu sogni pecorelle candide.
Io guardo sconsolato la pioggia orizzontale, ma mi sento più che altro a novanta.
This world is totally fugazi (questa, ormai, è la massima del blog)

.....il campionato è finito, adesso possiamo iniziare a parlare di cose serie.
Chi compra la Sampdoria?
qualche giorno fa questo blog ha compiuto 4 anni.
non me ne ero accorto.
adesso provo a pensare a quante cose sono cambiate.
nel frattempo.
...perché bisogna scrivere sempre, chi si ferma è cornuto...
A) CARTELLI DIPINTI.
Ero venuto fin qui per raccontarti un tot di cose. E per farmene raccontare altrettante da te.
Avevo viaggiato un tot di chilometri per ascoltare ciò che avevo soltanto immaginato.
Erano gli anni in cui avere ancora curiosità e voglia di conoscere non costituivano discriminante.
In cui di piatto esisteva solo l'asse da stiro o la tavoletta del cesso.
Aprire il tettuccio di tela per fare entrare l'aria della buona stagione e i soffioni dei denti di cane, senza esserne allergico.
Guidare veloce su strade tutte uguali, lingue d'asfalto piantate nella campagna, guardando piloni di superstrade crescere lentamente, a fianco.
Contare fagiani maschi in amore senza raccontarne al babbo cacciatore. Scorrere paesi e incroci e raggiungere un punto prestabilito con precisione scientifica e un quarto d'ora di ritardo, senza avere il GPS.
Quasi dimessa, quasi impacciata nello sfoderare sorrisi scintillanti, quasi timida nel rivelare cose, delle quali avrei voluto al più presto accertarmi, stavi appoggiata alla portiera opposta, sul sedile unico in skai rossiccio della mia R4 e alla fine, come al solito, parlavo soltanto io.
Dimenticare la militanza e farsi corrompere sofficemente da una giovane donna che mi osservava dalla parte opposta dell'abitacolo, con un grosso cartello BACIAMI appeso al collo.
- Ecco, adesso troviamoci un luogo tranquilo, in mezzo alle erbe alte, l'estate è alle porte e so che anche le nostre ossa umidicce ne hanno bisogno.
- Certo, ma prima facciamo come dico io.
Intesi?
B) EUTIMICO.
Il mio amico è una persona serena e ha sempre la parola giusta al momento giusto. Se è l'ora di dire una cazzata, la spara come un razzo. Se è momento introspettivo, non disdegna di sopportare una mezz'ora di sfoghi sconclusionati, costellandola di aforismi ad hoc per indirizzarmi verso la comprensione della retta via.
Una specie di guru o forse di Buddha, non fosse per la conformazione fisica differente.
Oggi, passando davanti a casa sua, mi viene una gran voglia di citofonargli per raccontargli di una certa cosa.
Salgo sul muretto di contenimento lato strada e, preso abbondante fiato, urlo:
-GINOOOOOOOOOOOO!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!-
Arriva trafelato alla porta, con la barba sfatta di tre giorni.
- O belin, sai, è successa una cosa. Guarda qua: la dottoressa dice nel referto che sono un essere eutimico. Secondo me è una di quelle malattie nuove che te le dicono così, con un termine incomprensibile, così tu te ne sbatti il belino e invece sono QUALCOSA DI ESTREMAMENTE GRAVE.
- Insomma, con questa qui non c'è verso di parlargli da uomo a uomo, pragmaticamente. L'altra volta cosa ti aveva detto, di strano?
- Che ero ciclotimico. E io le andavo spiegando che non vado in bicicletta dal 2004 perchè mi sono rotto tutti e due i legamenti. Allora lei mi ha messo alla porta dicendo che davo in escandescenze.
- Incandescenze?
- No no, escandescenze, ha detto proprio così, come allo stadio...
- Obbelìn, però... Ascolta, ho un'idea.
SMS: Maria, tu che sei del mestiere, cosa vuol dire eutimico?
RISPOSTA (immediata): persona dotata di serenità d'animo.
Glielo faccio leggere sul display. Lui, raggiante, fa:
- O belin che culo, và... per festeggiare ci spariamo un Gin Lemon.
- Si, ma col Tanqueray, altrimenti mi viene alla gola.
- Speita che amìu se ghe l'ò... ma dimmi, che lavoro fa Maria, per essere così esperta?
- Oh, guarda, fa la besagnina in via Cornigliano. Conosce un sacco di gente.
Intanto, between a pussy and another, si sono fatte le quattro di pomeriggio.
C) MONITO(R)
Nonostante la rabbia, la cervicale e le disillusioni post elettorali...
Buon Primo Maggio a tutti.
"a un uomo che fugge gli vedi sempre e soltanto le chiappe"
Giòn Vàine
C'era una volta, in un paesino sperduto della sperduta Terra Dei Canguri, un ragazzo che lavorava come carrozziere e la domenica andava a smanettare in pista con la moto, così per passione.
Un giorno un tizio, emissario della Ducati, tornando da una battuta di caccia al coccodrillo, lo vide girare e pensò:
- Belin, questo qui c'ha del pelo, mìa... quasi quasi me lo porto a Borgo Panigale...-
E così fece. Anche se "questo qui" c'aveva quasi trent'anni e lui era abituato a pescare ragazzini quindicenni, ancora col moccio al naso, in giro per il mondo. Anche se non sapeva cosa sono le "stanze con due cessi quasi uguali" e girava con una lama da 30 cm con la quale minacciava bande di punkabbestia nella metropolitana di Bologna...
E ha chiesto "di che tribù sei?" ad un meccanico telaista originario del Burkina Faso.
[oh, magari non è andata PROPRIO così, ma c'è del vero...]
BISOGNEREBBE ESSERE SEMPLICEMENTE ETERNI...
MA SAICHEPPALLE, ESSERLO.
Un telefono non isolato, una robusta cesoia, un caminetto o un paio di binari che corrono sufficientemente vicini al luogo d'iniziazione.
Musichetta stronza.
- Tutti gli operatori sono momentaneamente occupati, siete pregati di non riagganciare per evitare di perdere la prelazione acquisita.
Ventisei minuti dopo:
- Nerkioline buonasera, sono Calogero: in cosa posso esserle utile?
- Buonasera, vorrei disdire il contratto telefonico in mio possesso dal 13-03-1998, con la decorrenza più rapida possibile.
- Ma scusi, non è soddisfatto del servizio da noi fornitole? Se vuole abbiamo l'opzione "internet notte" a metà prezzo, con la quale può navigare ininterrottamente dalle 22 alle 6 di mattino...
- Non ci siamo capiti: voglio staccare, a breve mi trasferirò in Nuova Zelanda. E' possibile?
- Certo, complili il form presente sul sito www.nerkioline.org e lo invii al numero di fax 0999-90547221. Entro tre giorni lavorativi sarà disconnesso dal servizio. Le quote eventualmente già pagate in acconto le verranno restituite tramite un assegno intestato alla sua persona, dal quale verranno trattenute soltanto le spese di chiusura, pari a 52 euro.
- Va bene, la ringrazio. Buonasera.
- Buonasera e buona fortuna.
Estrarre i due telefonini dalle tasche della Dainese. Aprirli per accedere alla carta SIM.
Tagliare a metà entrambe le carte, utilizzando la cesoia. E' possibile dare sfogo alla propria creatività, facendole magari a striscioline oppure dividendole in diagonale o, se vogliamo, ritagliarle a forma di cazzetto.
Terminato il lavoro, gettare il tutto nella tazza del water (esclusa ovviamente la cesoia, che potrebbe intasarlo) ed azionare lo sciacquone.
a) Lanciare i telefonini nel caminetto acceso e ben caldo, batteria esclusa, poichè potrebbe esplodere: portarla in un secondo momento all'Oasi Ecologica e stoccarla nell'apposito contenitore stagno.
b) (se non si può optare per la scelta precedente) Riposizionare i telefonini nella giacca, indossarla, mettersi le scarpe e recarsi in moto alla linea ferrata più vicina. Disporre i due suddetti oggetti in sequenza sul binario, facendo attenzione alla propria incolumità. Osservare con distacco il treno merci 54999 carico di 1500 tonnellate di rottame ferroso mentre li sbriciola, disperdendone gli atomi nel cosmo.
Tornare a casa e versare in un bicchiere 20cl di Brugal 15 anni.
Sorseggiarlo sorridendo.
Andare a dormire.
Avere otto asticelle e un poligono di tela fantasia, un bastone scuro e robusto su cui rimanere appoggiato ed un pomello ricurvo.
Avere vent'anni o forse qualcuno in più e non dimostrarli assolutamente, se non per i disegni da vecchia contadina al mercato rionale della domenica.
Stanotte mi sembra all'improvviso di ricordare tutto per bene.
La tua mano che mi appoggiava lentamente nel vaso, a fianco del fratello più grande, maestoso e scuro come un pipistrello, condotto in giro per le osterie del borgo dalla mano gigantesca di tuo marito.
Sapeva di vino, tabacco, tavoli di legno consunti e quell'odore tipico che fanno le carte da gioco, quando vengono spesso a contatto col sudore delle dita.
Lo spavento di un giorno, quando mi lasciasti dimenticato al bancone d'una bottega, quella del Baciccia, da sempre la tua preferita. Mi diedero a tuo figlio che la sera mi riportò a casa, sotto il castello, tra gli abeti secolari e un pullulare di gufi discreti ma attenti.
Per tutta notte mi toccava guardare la strana cappelliera in tessuto con donnine disegnate, intente a raccoglier fiori intorno ad una specie di maniero diroccato. Un insolito appendiabiti verdolino, dai bordi smangiucchiati, abitato da tarme a far compagnia, la notte, divorandone il compensato.
Erano i giorni del luglio 2001 e, mentre la televisione vomitava immagini di un massacro annunciato, io finii in un borsone e lui alla discarica comunale, insieme alle sedie e ai vecchi mobili, che era ora ormai tempo tu cambiassi dimora.
Anni passarono e a poco a poco smettesti di uscire con la pioggia e poi smettesti di muoverti di casa, in senso assoluto. Tuoi nipoti ti portavano a passeggiare, i pomeriggi caldi d'estate, fino in fondo al viale oppure al cimitero con l'auto, oppure ancora alla cascina di tua sorella, il grande prato davanti e alti castagni a farle da cornice.
Sorridevi ascoltando ogni zampillo d'acqua dal trogolo, azzurre e silenziose libellule a volteggiare tra le erbe alte. E la sera i grilli nel tuo letto, dentro le orecchie e nella testa, facevano un enorme concerto che ormai non eri più in grado di afferrare.
Tre anni dopo giunse il momento di spegnersi e passare il bussolotto a chi si era appena acceso, per continuare la staffetta. Mi impacchettarono nel cellophane e donarono a tua nuora.
Adesso vivo sul pianale di una macchina grigia e poco usata, riposta dentro un box di cemento a vista.
Mi tocca guardare ogni giorno le ruote di una bicicetta appesa e un paio di caschi dai colori vivaci.
Non si vive affatto male, qui, non è mai troppo freddo e il mio legno si conserva assai bene.
Ma eran meglio le storie di una volta, quelle di una vita viva.

[la nonna, sulla mia vecchia vespa px, il giorno del suo novantesimo compleanno]
Quando torno a casa sono sempre troppo stanco per parlare.
Ho bisogno soltanto di un letto e una tisana calda.
Mi tolgo le scarpe, lancio i vestiti sul divano e già mi si chiudono gli occhi.
Disconnettermi sofficemente dal mondo infame, questa è l'unica cosa da fare: congedarmi in silenzio, evitando di riflettere su tutte le cose cui non ho forza di pensare.
Incluso il vestito in latex di Maria la Troia e la puzza d'ascella che ci vive dentro.
O il capufficio marpione che tocca il culo a tutte le impiegate, approfittando dei nuovi fogli di bilancio da mostrare. A tutte tranne alla Vipera Butterata.
Ecco, io vorrei essere intoccabile, come lei.
AVER SPOSATO UN POLIZIOTTO, ESSER FIGLIO DI UN POLITICO ED ESSER BRUTTO COME LA FAME, QUESTO VORREI.
Immondo ed inavvicinabile.
Le gambe sono molli, non ho voglia di mangiare, non ho voglia di sentire voci o suoni, di qualsiasi natura essi siano.
Salgo sulla sedia e prendo il mio boccettino di gocce magiche, quelle solite, per il mal di testa. E' inaudito aver una voglia matta di dormire e non riuscire a farlo.
Lo nascondo sempre in un luogo impervio e strategico, non vorrei che qualcuno lo trovasse e se ne appropriasse, è la mia sopravvivenza.
Ogni sera ho costantemente mal di testa, da almeno tre anni.
Quando torno a casa sono talmente stanco che se cogliessi un rapinatore slavo in flagrante nell'atto di svaligiarla, probabimente gli chiederei di prendermi come ostaggio e, trascinato a forza sulla vecchia auto, mi addormenterei all'istante tanto che i malviventi, credendomi morto d'infarto, mi abbandonerebbero di certo su una piazzola dell'A26.
Poi un camionista, guardando "chi l'ha visto" con la tv portatile, mi raccatterebbe coscienziosamente.
- Vuoi parlare coi tuoi cari?
- No, voglio solo assopirmi sul tuo giaciglio, nel retro della cabina. Sono molto stanco...
- Io vado a Bressanone, e tu?
- Ah, guarda, Bressanone andrà piu che bene.
Quando torno alle 23 dall'uscita settimanale al circolo del biliardo ho gli occhi che si incrociano e un folle bisogno di acciambellarmi sullo zerbino, come un gatto, osservando le mie pulci saltare lontano dal collarino di front-line.
E tu mi dici che piove, mi dici che ho sporcato le adidas di caccadicane e te la sto portando in giro per casa, mi dici che sono sempre il solito zozzone, quello che in India mangiava con le mani e andava scalzo nei templi, mi dici che tutti i mariti delle tue colleghe, anche l'Airone Malconcio, marito della Vipera, non appena varcato l'uscio si mettono a cucinare, poi sparecchiano, fanno i piatti, mettono a dormire il pupo e, se avanza tempo, spolverano.
Così tutte queste donne straordinariamente fortunate si godono ore ed ore di telenovelas...
Poi i loro energici mariti vorrebbero anche adoprarle a dovere, ma loro soffrono sempre di una odiosa nevralgia a grappolo e non gliela danno. Allora escono in moto alle 22.30, per ritrovarsi al circolo del biliardo.
L'Airone Malconcio, dal colorito cenerino, teorizza impettito in mezzo ad un capannello di mariti sfigati, le nefanzezze delle vita coniugale metropolitana e l'immutabilità del concetto di subordine rispetto all'evoluzione dell'individuo standard.
Stanno a parlare fino alle 2 e poi tornano a casa, mesti.
Alle 2 io in genere dormo da 5 ore, perché non ho energie.
Non riesco a passare il filo interdentale, a levarmi le lenti a contatto, ad impilare i calzini senza lasciarli sul bracciolo della sedia.
Solo una cosa ho voglia di fare.
Stringerti il collo con le mani fino a farti smettere di parlare, vedere il tuo colorito farsi roseo, poi rosso, poi viola, poi bluastro.
Ed esser assalito dal dubbio se scioglierti o continuare a strizzarti.
Tra l'atto dimostrativo e l'atto definitivo.
ftong ftong ftong ftong ....
(rumore di passi con le ciabatte)
whoooshhhhhh ....
(rubinetto)
sghrunfffflllll ...
(rumore di cinghiale che mette la faccia sotto il rubinetto)
frrrrrrrrr ... plick plick plick ...
(rumore di uno che piscia da seduto con una rivista di motociclette in mano, dopodiché si scrolla il pisello)
woooshhhh ...
(rumore dello sciacquone)
ftong ftong ftong ftong ...
(rumorre di passi con le ciabatte)
gniiiiiuuu
(rumore sportello cucina male oliato)
clock clack clock ....
(rumore di uno che apre vasetti di conserve)
fffft fffft fffft ....
(rumore di uno che affetta insaccati e formaggi)
scioookk
(rumore di una merda di colombo che dal cornicione si schianta in giardino)
chomp chomp chomp
(rumore di un cinghiale che mangia)
musica new age di sottofondo.
spicy calabrian melanzana with diavulicchiu.
(mouth burning, need a lot of bread)
meridional red wine 16° that Flound surely never knows.
very spicy half diavulicchiu filled with fish and capers.
(mouth burning, enough)
buffalo's scamorza seasoned into Bicienzu's canteen.
sweet capocollo with diavulicchiu's powder.
spicy assorted calabrian salami.
oiled and arbanelled pieces of sauzizza.
pressed olives with carrots and purea of diavulicchiu.
typical "sardina" (little fishes with red diavulicchiu's purea)
(bread and wine, please, that my ass is burning)
coffee.
italian vermentino's grappa.
rolled cigarette.
BURP.
ftongftongftongftongftongftonggg....
(passi veloci che corrono verso il cesso)
*è vero, sono come l'oca: un tubo unico.
[qualcuno ricorda Atom Heart Mother?]

- che, je posso dà 'na merendina a tu fijio?
Alle 16.30 spaccate la mamma ciociara, bionda e perfettamente abbronzata, giunge alla sezione "i Rododendri" armata di Kinder Delice e bottiglietta di Coca Cola da mezzo litro per la sua creatura che, rifiutato con sdegno il budino alla vaniglia prodotto in loco, avrà di certo una fame da lupo...
- no, cara, ti ringrazio, Attila non mangia robe confezionate zeppe di grassi animali idrogenati...-
Faccio io, con una certa spocchia.
- ahò, ma tu sei fortunato, Pasqualino se nutre de stà roba qquà!!-
- invece Attila, appena arrivato a casa, pretende latte e biscotti, oppure cereali.-
- ahò, a Pà, tu stai davvero fortunato, che te devo da dì...-
Saliamo sullo scooter e ci avviamo verso casa.
Nei due minuti scarsi di viaggio il mio cervellino non smette un secondo di macinare: va bene, il latte è quello delle Valli Genovesi, un consorzio che raccoglie esclusivamente in una zona circoscritta dell'entroterra.
Ma i biscotti? Non dico quelli del Mulino Fuxia, che non so nemmeno dove li fanno e cosa ci mettono dentro, ma le Gallette Parodi, fatte a Busalla, genuine, dal 1872 eccetera, il grano dove lo prendono? Mica sarà transgenico...
E le uova? E lo zucchero, il mais, il burro?
Eppoi i cereali dove li coltivano per uscire già fatti così, a "cacchetta"?
Domande a cui nessuno può dare risposta.
Poi stasera vedo Report.
E considero che siamo ormai una società scintillantemente lanciata verso il nulla.
[ciao, neh?]
siamo insieme quasi ogni giorno, ma non parliamo mai.
ognuno è fasciato di carta stagnola come i dadi da brodo nella loro confezione.
tutti uguali, perfetti parallelepipedi color cacca, capitati casualmente nella medesima scatola di cartoncino stampato.
ne levi un paio e gli altri pensano:
- o belin, finalmente si stà un po' più comodi...
pensano, ma non parlano mai.
hanno milioni di problemi ma non li comunicano, se li tengono ben stretti nella gola.
il fato fa in modo che trascorrano parte delle giornata vicini vicini, come fratelli di latte.
e che, alla fine di essa, ognuno trasli la sua carcassa ad angoli retti verso sconosciute dimore ove compiere atti consueti in modalità altrettanto consuete.
ma sconosciute.
un cenno del capo e si va: si finisce qui e si ricomincia altrove, quasi fosse la faccenda più naturale al mondo, come se essere qui o là non racchiudesse valenza alcuna.
vicini per chilometri, vicini per stagioni, senza parlare.
non ci incontravamo da parecchi anni, lungo i quali ci siamo guardati evolvere od involvere, da distante.
blateriamo a nastro, senza riuscire a levarci gli occhi di dosso, ad incolonnare correttamente tutto ciò che vorremmo dire e che si ostina ad uscire a valanga, senza una regola ben precisa.
ne viene fuori ovviamente un gran casino, con discorsi lasciati a metà, all'inizio oppure quasi alla fine, troncati sul più bello da un soverchiante altrui bisogno comunicativo.
tutto cìo verrà proseguito con calma, in separata sede, lontano dall'ondata di piena travolgente.
ed ognuno di noi completerà metodicamente ogni racconto, mettendoci anche del suo per terminarlo nel modo che più desidera, in una maniera che aggradi, accontenti.
utilizzando una buona dose di sogno liofilizzato.
ma il fuoco brucia la miccia in maniera fulminea e repentina.
tempo zero e si è già nuovamente distanti, a guardarsi vivere da lontano, nella mano sacchetti del superbasko zeppi di racconti che mutano lentamente ed inesorabilmente da lingotti d'oro zecchino a stupide formine d'argilla.
perchè vivere lontano non è vivere, è sopravvivere.
e questo, sì, sappiamo tutti farlo molto bene.
Aria tiepida, grandi sogni, nuove storie da raccontare.
nuovi amori, nuovi interessi, nuove strategie.
dimenticare, mettere in soffitta.
portare in discarica la roba vecchia, legarla bene che ci stia tutto in un solo viaggio, un lavoretto ben fatto e veloce, da non pensarci più.
fingere di non vedere, sentire, provare, soffrire, gioire.
fingere che sia meglio per tutti fingere.
stare asciutti mentre fuori piove a dirotto, questa è l'unica cosa che conta davvero.
anestetici a valanga, ingurgitati con un sorso di Jack Daniels, guardando la sera che avanza e tarda ad arrivare.
rondini e aerei in volo sulla grande piazza.
sono vecchio, sono nuovo, non lo so.
sto bene, sto male, non so come stare.
il gatto di campagna ha imparato la lezione. si rintana in case nuove, si risana in cose nuove.
appartamenti vista stracci stesi, con dietro il mare.
un uomo zappa il suo orto chiedendo consiglio ad un altro che il suo deve ancora zapparlo.
qualcun altro torna indietro, verso una vecchia strada, perchè lì sta il significato delle cose.
come si torna indietro dopo aver saggiato una alternativa che non fa per noi.
troppi sassi, i dossetti di scolo delle acque piovane fanno sobbalzare.
rettili ovunque.
fiori di cardo, spinosi, a cingere d'assedio le caviglie.
mani di callo cartavetro, fili bianchi tra i capelli.
gambe molli a fine giornata.
dentro il letto consideri che ognuno ha il suo buco nero, da toccarne i bordi, saggiando una mancanza.
ma il tuo è sempre il più profondo.
lo tieni sul comodino.

Non conosco la tua città.
Ci sono stato centinaia di volte, ci ho vissuto ininterrottamente per mesi, ma non la conosco.
Puoi parlarmi dei monumenti antichi. Di quale effetto fa camminare tra l’erbetta rada dei Fori Imperiali o passeggiare sul lastricato dei Mercati Traianei, riflettendo come duemila anni fa possa esser stato concepito un organismo architettonico simile ai nostri attuali.
O di come possa rapire lo sguardo la cupola a cassettoni del Pantheon, se osservata attentamente dal punto focale.
Io non li conosco.
Conosco le vie, un crocicchio di vie, conosco i marciapiedi, centinaia di metri di asfalto, selciato, centinaia di volti e targhe di auto.
Il negozio di stoffe all’angolo, il tabaccaio sotto il porticato, sempre di soppiatto, quasi fosse normale appuntare orari e consuetudini in attesa che venga il momento dell’azione, alla quale un semplice ricognitore non è adatto, dovendo lasciar campo a mani armate d’odio mascherato con ideologia.
Oppure l’esatto contrario, fa lo stesso.
Mani lavate attentamente da ogni singola porzione di pietà.
Conosco un appartamento al piano primo, due locali lato strada, poco luminosi e spogli. Il frutto degli appostamenti, svariati schemi con orari, abitudini, atti consueti e ripetitivi, foglietti scritti in maniera fitta, con grafia doverosamente leggibile.
Il mio volto comune, privo di particolari salienti, in mezzo a centinaia di volti comuni, quasi banali, che camminano in ordine sparso evitando cocci, escrementi di cane, fili d’erba a rosicchiare porzioni di spazio urbanizzato.
Oggi il Professore ha comprato una scatola di sigari in tabaccheria. All’edicola ha chiesto La Stampa, come ogni mattina, ne è uscito con una bambolina vestita scozzese, che regalerà alla figlia. Poi è passato al bar per un caffè.
Alla bancarella del fiorista ha chiesto un mazzo di rose.
Domani mi attende un treno, in cinque ore sarò altrove, per sempre.
La “Società dei Marci”, meglio nota come SMA, nacque verso la metà degli anni ottanta dalla volontà di un gruppo di cerebrolesi di movimentare un po' l'ambiente stantìo del quartiere.
Nessun danno materiale, si trattava soltanto di divertenti "intoppi" creati ad arte nella vita di qualcuno, al quale generalmente giravano le balle per qualche giorno... e poi cessavano di girare.
L'azienda partì in concomitanza con la fondazione della nuova Saletta Sociale e, precisamente, nelle ore successive all'una di notte, quando si levavano le tende, per via del regolamento comunale, ma era ancor presto per tornare a casa.
Partì subito col piede giusto: c'era un cantiere stradale in prossimità di un incrocio (uno dei miei preferiti, perché non tutti gli incroci sono uguali) e si operò una deviazione fulminea della carreggiata. Transenne, cartelli, fittòni a strisce, tutto spostato a regola d'arte verso la mezzeria: chi doveva raggiungere il centro, quella notte, si apprestava a una deviazione per boschi lunga almeno quaranta minuti.
A mano a mano, acquisendo padronanza nei propri mezzi, SMA si specializzò nella corsa coi carretti.
In quel tempo nel quartiere c’erano due rigattieri.
Entrambi avevano un carretto a mano, realizzato in tubi di ferro saldati, con assale rigido e ruote del Cimatti 50 cross o di qualche motorino anni '60, con tanto di freno a tamburo.
All'epoca io avevo l’Errequattro e Mr. Chaos la 127 verde vomito.
L’esperimento consisteva in ciò: uno guidava e l'altro, seduto nel vano bagagli, manovrava il carretto.
Serviva una scopa per tenere su il portellone, altrimenti ti cadeva sui denti proprio mentre eri intento a districarti fra mille difficoltà.
Vinceva non chi arrivava primo al termine del percorso prestabilito, ma chi incappava in meno penalità, anche perché la “scianca” avveniva in differita.
Tipo: se perdi il carretto, tocchi un muro, cadi dalla macchina o ti si chiude il cofano sul naso, un punto in meno.
Se ti ferma la pula, tre punti in meno.
Carretto nel fiume, quattro punti in meno.
Se ti cade lo stuozzo durante la gara e fai un foro nel sedile di skai, cinque punti in meno.