29/01/2005

Seduti in un dehor a due gradi centigradi

Eccoci qui...

Appesi per i coglioni su questo mondo

Mosche danzanti su un filo sottilissimo

Cadere è pagare pegno al non detto

Portarsi nel gozzo parole ghiacciate per l'eternità.

Saremmo stati ciechi, forse, a spingere ancora sull'acceleratore

guardare fin dove ci si può spingere, fin dove il fisico e la mente perdonano?

in nome di una indefinita produttività intellettuale o "artistica".

o forse non è nemmeno questo il punto: è una semplice questione di fasi vitali

di esigenze vitali...

Non è cambiato nente: è un passo successivo.

i personaggi continueranno ad incrociarsi per i vicoli della città vecchia

ascolteranno il "sottile chiacchiericcio" delle birre, diluendone le tentazioni

avranno davanti posaceneri vuoti, in inverno, buoni soltanto per le scorze dei pistacchi

ma si incontreranno, continueranno a parlare lingue differenti e commensurabili.

Ecco, la "questione di stile", quella che spesso ci sopravvive, senza che nemmeno ce ne accorgiamo.

mi rendo conto di tenere meno al concetto di "limite". di essere più presente a me stesso, di avere polso più tenue sulla manopola del gas.

e meno facce intorno, da guardare anche domani: non mille e mille, che il tempo ed il vento sfumano via.

chè ci sono sempre tante responsabilità ad aspettarci al varco.

e dobbiamo dare il meglio, perbacco, anche per loro, sempre in guardia e mai flessi.

Ma, a ben pensare, dovrebbero essere i personaggi a parlare, non io a descrivere asetticamente un tappeto di emozioni sparse.................

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21/01/2005

 - Hai visto, alla fine sono arrivato...

- Già

- Ma quanto tempo è passato?

- Nove anni. Nove maledetti anni.

- Non sapevo che tu fossi qui, mia madre me lo disse stamane. Allora ho deciso di passare da te per primo, intanto per finire il giro non c'è fretta

- Portata la chitarra?

- Già...

- Allora troviamo un posto tranquillo, te la senti di scavalcare la ferrovia, come qualche anno fa?

- Venti anni. Venti maledetti anni, di cui la metà passati qui.

- Dietro c'è ancora il campetto abbandonato, scavalcheremo la rete, sarà un gioco da ragazzi. Potremo stare tranquilli per un po'...

- A parlare di calcio, politica e musica. Di corse in moto, di donne...

- Già, il tempo serve... Saprei esattamente cosa fare, adesso.

- Se lei fosse qui...

- Se anch'io fossi qui. Non lascerei svanire tutto in quel modo.

- Coraggio, allora, schiodiamoci da questo posto e scavalchiamo, non passano più molti treni, ormai... è quasi tutto in disuso...

- Infatti anche noi lo siamo.

- Forza, non facciamoci mangiare dalle mosche.

(ripeteva una quasi ossessione)

- Saprei cosa fare, adesso, se lei fosse di nuovo qui, accanto a noi.

Lo guardai un attimo. Mi fissava in silenzio, la mascella serrata. Non abbassai lo sguardo.

Volevo leggerlo dentro, com'era, qual'era il suo colore... piangeva, senza emettere suono.

- Sono solo un contabile, il più stupido dei contabili di questa vita. Posso quantificare il tuo tempo, quanto ti rimane da vivere, quanto per i tuoi cari... Quanto ne avrai a tua disposizione, sperando di placare la sete di tutto, la corsa a perdifiato.

Lo guardai fermo. Ogni parola scandita aveva un sapore secco, amaro.

- Non ti fermerai, vero? Giurami di no. Non mi passerai accanto, sfiorandomi appena, come una bava di vento... Continuerai a camminare, nella pioggia fine, scarmigliato dalla tramontana, col bavero della giacca sollevato ed umidiccio...

Correrai anche per me.

Promettimi, amico, che non lo farai bruciare da alcun fuoco, non lo venderai al miglior offerente, quello che sei.

Ultima occhiata, quasi distratta, in quell'aria immobile di fine autunno.

Uno sbuffo di fiato, sottile, dalla bocca semichiusa.

Poi si voltò e sfilò via lentamente, lo seguii con lo sguardo fino al punto in cui disparve, oltre un filare di cipressi.

Mi accesi una paglia, rivivendo gli ultimi attimi vissuti, come una vecchia foto in tonalità seppia.

Perchè ogni cosa m'insegna. Ogni parola ricevuta mi aiuta a cercarmi... a cercare d'essere migliore di ieri.

Fino alla fine.

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15/01/2005

passano le lumache

lasciando una scia di bava

e metropolitane bianche

nelle nostre pance

e coi cordoni ombelicali con gli avanzi delle ali

che fumano, fumano

dai camini degli ospedali

passano i viandanti nei racconti a spirale

si fanno trascinare come se fossero bestiame

che non sa dove pascolare

passano le lune buone

per nascere ed imbottigliare

e vecchie navi piene di messaggi senza risposta

trovati appesi alle onde del mare

lasciano una scia,

lasciano una scia invisibile

un altro mondo possibile

passano le mani sulla pelle

non smettono mai di cercare

uniscono i nei per ottenere

l'agognata figura desiderata

ecco le dita che ancora si stringono

in un pugno levato al cielo

sono le nostre mani in attesa

dei fascismi di domani

e passano i dolori soverchiati

da nuovi dolori piu rari

passano le lingue danzanti

e sorpassano le anime esitanti

lasciano una scia

lasciano una scia invisibile

un altro mondo possibile....

(testo di p. archetti maestri)

 

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13/01/2005

"nel mio giardino ci sono fiori che ti fanno arrossire
c’è un cavallo bianco che si inginocchia al tramonto
c’è una diga che guarda l’oceano e piange
c’è quella carovana di uomini in fuga, che non ha nome
c’è un tempio vuoto, dove solo i colombi vanno a giocare
e qui c’è un altare che aspetta
io sono il fuoco cessato e la mia preghiera si chiama finestra
io sono il ramo che la pioggia sbatte
sono l’orlo della strada, il confine
io sono l’aria immobile e la foglia che cade
sono il respiro più lento
io sono colui che vive
io sono colui che è lontano dalla fine del mondo"

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11/01/2005

Ho sempre amato la vita.

ma davvero tanto. 

andare nottetempo su un monte "da dove si vede il mare"

portare con me un taccuino su cui scrivere

due ceres e qualcosa da fumare

eppoi godermi lo spettacolo

del tutto e del niente.

la notte è stata propellente per le mie ali di libertà

oggi so che per alcuni è il nulla, l'oblio, il sommo distacco

...

volevo proprio gettarmi sotto un treno, quella notte

ho visto passare tutti i treni per Busalla e Acqui Terme

più tutti quei belin di merci, che ti farciscono le palpebre di polvere rugginosa.

forse avevo davvero bevuto molto, non capivo perchè Lei mi aveva lasciato

ma sapevo perfettamente che era colpa mia.

l'alba mi svegliò, su una panchina, sobrio

accanto a me barboni impastati nel sonno

stupiti per il mio abbigliamento poco consono al luogo

era un settembre di quindici anni fa...

e veniamo alla fredda cronaca:

Mario e Gino, età fra i 30 e i 40, suppergiù la mia

erano rimasti soli, dopo la scomparsa dei genitori

Pino, il primogenito, ha famiglia e sta altrove.

"mi dai una mano a portare la legna in solaio?"

all'ultimo viaggio uno dei due penzola da una trave, il sipario si chiude

una faccia conosciuta che non vedrò più per le viuzze del borgo.

guardo mio figlio nella culla

ha gli occhi color del mare e la carnagione lattea

sono un uomo fortunato

ma dentro mi sento una merda.

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07/01/2005

(Sri lanka, settembre 1999)

Nuwara Elija.
In cingalese vuol dire "Città della Luce".
Milleottocento metri, così mi dicono...
Sette di mattina, mi guardo attorno, cercando di sentire tutto quel silenzio...
Un silenzio enorme, clamoroso, che ti svuota le orecchie, ti penetra nell’anima, ti rimbomba dentro...
Vapore di fiato fuma dalla bocca.
Uno sguardo prima di ripartire, non vorrei mai fosse l’ultimo, mi volto, giro la testa a trecentosessanta gradi.
Maglione di lana a collo alto, brividi a percorrermi le ossa.
Qui, ad uno sputo dall’equatore...
Ieri sera abbiamo giocato a biliardo in una saletta dell’albergo, usanze coloniali inglesi per turisti occidentali, poi ci siamo girati una paglia e fatti una "lampa" di arrak, strano rhum ricavato dalla pianta del cocco...
Un buon metodo per andare a letto con le orecchie piegate.
Ed oggi siamo già sul piede di partenza, direzione Kandy, la capitale antica, coi suoi templi e gli inevitabili capillari controlli anti-Tamil da parte di agenti in uniforme grigia...
Valli strette e ripide a solcare profili dolci, strade in terra battuta, su furgoni scassati e traballanti, che non faranno mai l’analisi dei fumi per il bollino blu.
E piantagioni di thè, ovunque, a perdita d’occhio...
Scendendo a valle si attraversano centri abitati, villaggi di baracche addossate alla strada.
Si attraversano selve di occhi scuri e profondi, selve di denti bianchissimi e bocche spalancate...
"ehi, nan, perchè ridono tutti così quando passiamo?" chiedo a colui che ci accompagna, che ha studiato in Italia.
Lui si fa ad un tratto serio, poi dice:
"Ridere non costa nulla, muove (nonsoquanti) muscoli del viso e fa bene...
Ridere è il dono più grande che possiamo farci l’un l’altro."
(grande lezione di vita e mio mutismo rassegnato)
Ridono, ci guardano, magari vorrebbero venderci qualcosa del loro artigianato locale, oppure offrirci acqua di cocco e sei tipi di banane, in cambio di una minuscola banconota da cinque rupìe....
Siamo fortunati, noi occidentali, che con quattro scudi possiamo permetterci ogni cosa a loro preclusa, che usufruiamo di servizi fatti a nostra misura in terre la cui durezza non riusciamo a cogliere, non riusciamo a definire, a standardizzare?
Immerso nei pensieri e dondolato dal furgone, lentamente ciondolo la testa e mi addormento.
Sogno di tornare in Sri Lanka il prossimo autunno, di acquistare solo un volo Malpensa-Colombo, di noleggiare una di quelle motorette scoppiettanti, quelle che la Honda importava in Italia a fine anni settanta, monocilindriche e con sottili ruote a raggi da ciclomotore, che qui qualcuno ancora fabbrica su licenza...
Di dormire in quelle capanne di frasche e foglie, andare a guardare scorrere il fiume, parlare di dio, del cielo e del nulla con quel pescatore, completamente nudo, che sta sulla zattera...
Di fare colazione con intrugli di pesce essiccato, peperoncino rosso e una varietà incredibile di spezie, per poi scoreggiare dinamite tutto il giorno, felice come un bambino...
Altro che chiedere, alle osterie o ai punti di ristoro:
"belin, fate mica gli spaghetti, qui?"
Ci conoscono, ci siamo già fatti conoscere, Italiani-Brava-Gente, vedrai che tra qualche anno, in piena giungla, troveremo un cartello con scritto "TODAY BURIDDA!!!!" oppure "TRENETTE AL PESTO!!!!"
Turismo, il nuovo che avanza, questa gente, così povera e fiera, di qualcosa deve pur vivere...
Turismo, il nuovo-per-pochi.
Ad un tratto l’autista inchioda, troncando i miei viaggi mentali: c’è un camion enorme che deve passare e tiene tutta la strada.
Oppure c’è un varano che attraversa, mica vuoi schiacciarlo, eh?
(a parte che, vista la loro dimensione, finiresti sicuramente fuori strada...)
I camion, qui, sono davvero enormi ed hanno una cabina decorata in modo finissimo e sgargiante, con strani arabeschi multicolori, statuine di divinità e quant’altro...
Roba da relegare ad opere dilettantistiche le acconciature tamarre dei nostri Tir...

Scorrono lenti, inesorabili chilometri di piste, perse in mezzo alla giungla, tra piantagioni di caucciù, scorrono le strade della mia città, di notte, abbaglianti per le scie di luci...
Scorrono paesi oltre il vetro impolverato del furgone, strisce d’asfalto oltre il muso della mia vettura...

Ma penso sempre ai loro occhi, li paragono ai nostri occhi, persi nel "sole24ore" o nella gazzetta al mattino, nelle nostre città così grigie...

I loro occhi ed il loro saluto, suona tipo "ayu-bowam" o qualcosa del genere
Non ho mai saputo come si scrive, ma so cosa vuol dire: BUONA VITA A TE
E’ il saluto e l’augurio più grande che esista.
Vita, così anelata da quelli che la vedono perennemente scorrere su un filo, che delimita la non-vita, l’inedia, la morte.

E’ passato così tanto tempo, è cambiata così tanta roba...
Poi quel viaggio in moto, io mica l’ho più fatto.
Ho vissuto tante esperienze, anche un po’ randage...
Ma in quelle capanne di frasche e fogliame ho solo sognato di tornarci.
Tutto un mondo è andato avanti, senza di me.
Poi si è fermato...
Poi ha ripreso, stancamente, tra i singhiozzi dei soliti, le risa dei soliti...
Ed i lamenti di coloro che erano venuti per gioire.

Esco in giardino e mi accendo una paglia.
Ci sono quattordici gradi esatti, proprio come quel mattino, in quel posto sperduto dello Sri Lanka.
Tiro su la zip del maglione di lana, mi stringo nelle spalle e ripenso a quel giorno.
Nuwara Eljia, milleottocento metri o giù di lì, da lì vedi tutto, la natura che scava, la vita che riprende a scorrere...
Se esiste un paradiso e non sono solo belinate che ci hanno raccontato da bambini...beh...questo gli si avvicina.
Molto

buona vita a tutti. 

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