29/08/2007

modestia

Conosco una casa recante attaccata questa utile info. C'è anche il termometro per sapere in tempo reale la temperatura corporea della persona illuminata che la abita. Dentro casa silenzio ovattato, le persone buone mai strillano o strepitano. Fuori invece i cani randagi, quasi attirati da quella severa dicitura, pisciano in continuazione sui piloncini in cemento del cancelletto tanto che il Buono ha dovuto metterci la classica bottiglia d'acqua legata. E, seduti sul muretto, ragazzini nordafricani spacciano bustine di roba, un via vai continuo di vecchi tossici e tossichelli più giovani, bustina-banconota, bustina-banconota e così via. Infatti, a farci caso, il giardino del Buono è punteggiato di siringhe usate, ma lui se ne fa niente, concimano il terreno.
La notte, poi, prostitute nigeriane accendono lì fuori crepitanti falò con le cassette di frutta prese dal besagnino e attendono clienti talvolta civili e talvolta che sgommano strafatti e con lo stereo a palla. Sovente, poi, capita che papponi albanesi pieni di coca litighino e si accoltellino, in quei casi il Buono chiude Famiglia Cristiana (che stava leggendo con indomita concentrazione) e telefona alla pula, che gli fa un sacco di domande e poi quando arriva a sirene spiegate quei balordi sono andati già via.
L'altro giorno due skinheads, dopo aver sfasciato il banchetto di Abdul il senegalese, che lo installa ormai da anni accostato al muretto, hanno menato con i bastoni mio cugggino Pasquale, poi lo hanno spogliato nudo come un verme e gli hanno bruciato la t-shirt col busto di Lenin. Il Buono ha pensato: "beh niente di che, un comunista ha avuto la lezione che meritava". Poi è andato in cantina a prendere un lungo crocefisso e lo ha appeso vicino al cartello.
Gott mit Uns!
Quando la mattina alle 5 passo davanti a casa sua, per andare a prendere il pullman, mi inciampo puntualmente in centinaia di bottigliette di birra (di quelle da 33 cl) e dalla loro consistenza traggo conclusioni sul tasso di turbolenza della nottata appena trascorsa: se sono integre regnava la pace tra le babygang sudamericane, se passeggio su un tappeto di cocci vuol dire che hanno litigato e si son presi a bottigliate.
Il mese scorso il muretto era tutto pieno di mazzi di fiori, era successo che un ucraino, con un tasso alcolico del 6.0, un decreto di espulsione e una lunghissima serie di precedenti specifici, aveva falciato col suo furgone una scolaresca di Savignone diretta al museo dell'agricoltura, maestre comprese.
L'han beccato a Minsk sei giorni dopo, grazie all'interpol e alle segnalazioni del Buono. Al quale amici loschi del beone hanno bruciato l'ape la sera stessa.
I suoi vicini di casa sono: Gino, risaputamente pedofilo, che nessuno riesce mai ad incastrare, e i Cinesi, che vivono in 50 in una villetta e non escono mai, hanno creato un laboratorio di borse in cantina e si sente sferragliare 24h/24 senza sosta alcuna.

Conosco una persona Buona, che per farlo capire a tutti ha comprato un cartello  e lo ha appeso fuori. Se se lo piantava nel culo avevamo un quartiere un po' più tranquillo.
Qualora mi venisse voglia, un giorno, di impiccarmi, lo farò sulla sua inferriata.

[on air; Skiantos - SonoBuono]



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21/08/2007

Ho bisogno di dormire, riposare, mentre fuori piove dirotto.
Bisogno di immaginare che dopo, quando lo scroscio finirà, tutto sarà diverso.
Che le mie gambe avranno nuovamente energia per correre e i miei polmoni fiato da vendere nonostante la rabbia e le sigarette.
E che il trascinare dei rivoli di fango possa risucchiare via tutto lo sporco della civiltà decadente.
Dove, alla fine, tutto sommato, ci sei dentro fino al collo nella misura in cui credi di non esserci.
Ho bisogno di una pioggia che lavi davvero, non che scorra in superficie ma che penetri nelle cose come il più potente sgrassatore gusto marsiglia, che abbia occhi dolci e bocca suadente per il volo rasoterra delle rondini voraci. 
Mani forti, armate di spazzola, a ripulire gli alberi incrostati di parole inutili e scuotere per il bavero i semi, nel terreno.
Ehi, che fate, mettete fuori la testa, siete o non siete ancora voi i semi, l'inizio, il fulcro di tutto?
E allora che aspettate, datevi da fare, che qui c'è bisogno...

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19/08/2007

claudia prianoQuando penso a Claudia mi viene in mente la pacatezza di chi sembra lì per caso e invece deve presentare il suo secondo libro alla fiera di Torino.
Oppure un su e giù in moto per la ripida strada di Sussisa, alla ricerca di una 126 rossa che si era persa.
Adesso ho anche altre cose cui pensare. Lei sa scrivere. Sa descrivere.
Quelle fredde giornate in cui piove dirotto e tira vento, con lo stesso ritmo da mattino a sera e non smette mai, come quando a Genova in inverno l'acqua non cessa più di scendere, che solo chi ci è nato e ci vive sa descriverlo così.
Piove per tutto il romanzo, il cielo si squarcia d'azzurro solo alla fine.
NON SONO IN GRADO DI FARE RECENSIONI.
Ma ho riso di humour improvviso e a volte un po' nero, goduto delle più piccole e insignificanti descrizioni e mi sono anche ammagonato un po' per quelle cose che ti sussurrano all'orecchio insegnamenti atroci, della vita che gira a modo suo sempre e comunque, anche se ci puntelliamo tutti dall'altro lato per modificarne la rotta, lei viaggia lo stesso a suo piacimento e non ci rimane che smadonnare all'unisono e rassegnarci.
Che se poi la lasci andare magari all'ultima pagina il cielo rischiara.
Poi la volti e ci sono i titoli di coda, i ringraziamenti.
ciao.

 

 

[on air: Sigur Ròs - Flugufelsarinn] 

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11/08/2007

Ragioniamo ordunque su una banalissima considerazione tecnologica:
Pressochè in ogni luogo di lavoro, ufficio, fabbrica o laboratorio esso sia, esiste oggigiorno un impianto di condizionamento.
In genere, i datori di lavoro si rivolgono alla ditta "Fratelli Parodi impiantistica" o "Pino Sciaccaluga e Figli, lattonieri dal 1938".
I miei no. Si sono rivolti a Mc. Gyver in persona, re dei tappulli infallibili che quando falliscono, però, trasformano energia vocale in energia potenziale (ore e ore di madonne a squarciagola...)
E' l'una di notte, tuona già da due ore e i colleghi dicono come sempre "belin secondo me piove/belin secondo me non piove"
Ad un certo punto arriva una ramata d'acqua improvvisa con goccioloni da mezzo litro e sbagnazza tutto il piazzale, che diviene in pochi secondi un pozzangherone putrido.
Fa un caldo bestia e io sono al pc col getto del condizionatore sulle gengive, quando..... sorpresa!
Dal soffione dell'impianto escono in pochi secondi litri e litri d'acqua, siamo in ufficio con l'acqua alle caviglie, dai belin corri spegni tutto, spegni l'interruttore generale, sposta l'armadio con tutti gli archivi, sposta il mobiletto della cancelleria, togli i fascicoli delle prescrizioni, fai velooooceeee che si bagna tuttooooo.....
Acqua alle caviglie. Al buio. Scope per far defluire via la fanghiglia. Un mazzo tanto, ascelle liquide e fronti imperlate. Schiene sudate. Tanfo.
Un'ora e mezza dopo spiove e l'emergenza rientra.
Summit per interrogarsi su cosa sarà stato, mai successa una cosa simile, dobbiamo trovare soluzione immediata.
Poi Phil, al quale era apparsa in sogno la Levi Montalcini, illuminato di fulgore scientifico esce dall'ufficio, per rientrare bagnatissimo pochi secondi dopo.
"ho capito, minghia, c'era il tubicino della condensa che si andava ad inziccare int'o'tubo del pluviale che non pulisce nessuno e che ci cresceva l'erba addentro attappandolo e quindi l'acqua che veniva giù non teneva lo sfogo e tornava indietro dal tubicino.
MA IO L'HO TOLTO!!! (e ci ho anche aggiunto un pezzo di canna così la condensa se ne va fuori dalla uallera) 

Bravo, Phil, sei il nostro Mec Gaiver!

Vorrà dire che l'acqua piovana, risalendo dal pluviale otturato, tra poco andrà a zampillare sul tetto.... immagino già la pagina cittadina del Secolo XIX:

Geyser a Sampierdarena!

[on air: Galaxie - Blind Melon]

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04/08/2007

Sette e trenta verso un autolavaggio automatico, inebetito dal turno di notte sfreccio veloce sull’ammasso di fango semovente, indossando una fiammeggiante MAV.

Sette e trenta sabato mattina non ci sarà nessuno, butto giù 3 gettoni e via, così è un lavoro fatto che poi c’è troppo caldo, meglio lavorare col fresco e poi c’ho anche un sonno mica da ridere…

Ancora assorto dai pensieri, spengo il motore e apro il cavalletto.

I due box occupati da altrettanti furgoni lerci che pare tornino dal Rally dei Mille Laghi.

In coda 4 persone. Tutti stranieri. Nuove popolazioni, chiuse nella pagina della “nera”, altrimenti tanto discrete da sparire per non dar fastidio e pensare ai cazzi propri.

Angel è peruviano, ha vent’anni e fa il muratore.

Guida una Punto primo modello, con cerchioni sportivi, presa d’aria sul cofano e alettone.

400W di stereo, spenti che la gente dorme e bisogna parlare per ammazzare il tempo.

Se accendesse potrebbe ballarci un quartiere.

È qui da 6 anni, ha dovuto prendere la patente (dificilisimo, belin) e ha ancora tutti i punti, dice lui.

Io ne ho quattordici. Anzi forse sedici.

Sergio è di origine orientale e sulla trentina, direi.

Ha una Volvo recente. Accento genovese. Magari è nato qui. Ha il bollino del Genoa appiccicato alla targa. È proibito, dovrebbe toglierlo, meglio quell’altro, di bollino…

Jalil è chiaramente maghrebbino, guida una Tipo turbodiesel vecchissima, lui stesso non ricorda se è dell’88 o dell’89. Tenuta impeccabilmente, fa uno sbuffo di fumo in accensione,  alquanto sinistro.

Ha sui 45 anni, trasporta stoffe etniche sui sedili posteriori e due biciclettine da bimbo nel baule.

Poi c’è una ragazza sudamericana sui vent’anni, in coda proprio dietro di me, controlla i punti neri ai lati del naso, scrutandosi attentamente nello specchietto della sua Cinquecento anni 90 e non si lascia intervistare. E dietro ancora una coppia, sempre dal sudamerica, su una vecchia alfa 146 bordò, discute animatamente.

Arriva un genovese in scooter, mezza età. Mi dice:

“o belin ero convinto che non ci fosse nessuno invece l’autolavaggio è già pieno… e sun tùtti mòi…”

A ruota una graziosa biondina molto giovane si avvicina chiedendo dove sta la gettoniera, con chiaro accento dell’est europeo.

“questa chi invece a fa in mesté antigu…” fa l’uomo

“sci au sabbu matin a finisce de travagià e a vegne a lavà à macchina…”

“eh, nu che sun miga ciù e bagasce de ‘na otta…”

 

Ci scommetterei il pancreas che quella lì non fa la bagascia. Troppo arzilla alle otto di mattina. Secondo me fa la manicure, anzi forse ha sposato un italiano che ha una ditta di spedizioni e le fa da segretaria, anzi forse quel zeneise è anche un po’ stronzo.

Mi sdraio sul muretto di cemento, lo zaino sotto la testa, stordito dai miasmi di arbre magique fuoriuscenti dalla 206 della bionda. Mi addormento. Quando mi ridesto ormai sono passati tutti avanti e sono solo, l’autolavaggio è deserto.

 

Nuove popolazioni, nuove usanze.
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01/08/2007

kawa1Ognuno va, viene, sopra, sotto, di fronte.

Se osservo sfrecciare a lato, soddisfa il colpo d’occhio. Un bagliore colorato. Un attimo e tutto è già finito.

Da sopra mi appaga vederne lo stile di guida, le movenze.

Di fronte ne colgo l’espressione degli occhi. Il sudore.

Ma sotto, visto da sotto, allora sono solo un insetto e mi sta tritando secco.

Ognuno va comunque, nessuno a dirgli dove, consigliare ristorante, area pic-nic, bed&breakfast o piazzola su cui stendere il sacco a pelo.

Va da A a B, si ferma a riflettere, poi prosegue e va da B a C.

E così via. Nel mentre il tempo passa e cambia i tratti del volto, tara ad un diverso carico di rottura il limite di snervamento dell’anima.

Presenza scenica. Fierezza. Contrappunti assortiti.

Un novero di domani possibili ma sinistramente uguali. E c’è chi si chiede ancora il segreto di un vivere senza traccia, di un seguire percorsi soliti, impressi nella memoria senza che a scegliere sia il caso o la convenienza.

Da A a B pausa riflessione, sigaretta, una birra al tavolino di alluminio di un bar sottostrada. Ascoltare l'odore di benzina mescolato al canto di marmitte poco omologabili.

Guardo l’erba moscia, fiaccata dal diserbante, sul ciglio.

Un sogno assurdo, irrealizzabile lasciato cadere dalla balaustra, vittima del selciato. Poi via. Da B a C, d’un fiato, godendo l’ondeggiare, percependo secca la spinta del motore, non importa se è uguale, non importa quanto è familiare o quanto possa far male, passa il tempo impercettibilmente ansioso e sono già cambiato, siamo già cambiati, tutto è già abbastanza differente da modificare scie di luci, sensazioni. La campagna no: è immobile, immutabile.

Ondeggiare, ritmicamente, chiudere e aprire il gas, pressione alternativa prima su una poi sull’altra pedana, ginocchia strette, fiato sospeso, senza chiedere più di quello che mi possono dare ma senza accontentarmi di un livello, di una serie, di una categoria.

Correre con una refurtiva nello zaino, un pacco da non restituire, che ormai fa parte di me e che terrò sempre.

A meno che in fondo al viale, giusto prima dell’abitato di C. non ci sia la pula.
O un camion contromano.

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[on air: There is a light that never goes out - The Smiths]



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