
Avevamo una vecchia casa di campagna, abbarbicata ad un pendio erboso, ovattata dal suono di un piccolo fiume veloce.
In qualunque punto mi mettessi in ascolto, la voce d’acqua, lo sciacquio di cascatelle e piccole rapide era il sottofondo. Poi il canto degli uccelli. Il rumore dello spaccalegna. Il vociare delle donne che lavavano panni al trogolo. Il frinire delle cicale e delle cavallette verdi.
E poi il suono più bello e completo che esista: il vento tra le foglie, sui fili d’erba, tra i capelli.
Noi liguri siamo teste piene di vento. È per questo che spesso ci dimentichiamo quel che stavamo dicendo, magari a metà discorso.
In realtà quel cascinale non era nostro, ma una sorta di làscito che mio nonno pagava annualmente, con un affitto irrisorio, alla Parrocchia.
All’epoca tutte le vecchie cascine erano della chiesa. I contadini scendevano a valle a lavorare in fabbrica, si stabilivano in paese, o addirittura emigravano in città, distante trenta km, che allora erano anni luce. E le vecchie case rimanevano lì a marcire, rovi crescevano attorno, tegole di cotto si fessuravano, metri di neve fiaccavano la trave di colmo, flettendola e spezzandola nel bel mezzo.
L’irreversibile. Da lì in poi è stupefacente osservare come solo la pietra impilata possa resistere. Il legno in pochi anni si deteriora, si sbriciola come un fondo di caffè.
Strati di fogliame marcio seppelliscono resti del passaggio umano.
La rivincita della natura, ineluttabile, anno dopo anno, nella mia testa soltanto il ricordo.
Solo la pietra lavorata ha la forza per resistere.
Ma non per sempre.
I nostri boschi di castagno e rovere, quei luoghi dell’entroterra ligure dove ormai non va più nessuno, sono zeppi di strani recinti murari di pietra a secco, alti non più di tre o quattro metri, ormai.
Quelle erano case.
Un bosco di castagno in trent’anni copre tutto e conserva come un cellophane. Ha crescita prodigiosa. E nessuno più a regolamentarlo.
Mio nonno, ex contadino ed ex operaio di fonderia, è mancato ottantottenne nel novantadue. Da dieci anni ormai non manteneva più il bosco. Ci pensava mio padre. Che ora è anziano, dopo di lui ci penserà mio fratello.
Io no, sono ormai di un altro pianeta. Ma su quei monti ci tornerei domani.
Mi viene da sorridere a pensare a quell’omone ormai vecchio, comunista e anche piuttosto agnostico, che diceva due parole al giorno ma ineccepibili. Ricordarlo mentre si vestiva, metteva i rampini da montagna numero quarantacinque, praticamente due zattere e usciva con una busta bianca in mano.
Lì dentro c’era l’affitto annuale. Un passo veloce all’osteria di Marinìn per un gotto di vino e poi in canonica, da quel sacco di bratta del prete, a versare il dovuto.
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la foto non c'entra nulla, è soltanto esplicativa. L'ho scattata nell'estate 2001 in un paesino abbandonato, sulle pendici dell'Antola, a più di mille metri.
Reneuxi è il suo nome, non so adesso quanto ne rimanga, ma da Google Earth un po' lo vedi ancora.
Il mio cascinale è ancora in piedi, anche se il bosco si è divorato parte dell'area prativa e coltivabile. da vent'anni lo conduce una famiglia di Sardi. anche quello lo vedi bene, ogni tanto me lo guardo attentamente, tipo stamattiina.
Grazie a Giorgio per l'ispirazione.