26/10/2007

Dove non succedono cose normali.
L'odore nell'aria non è normale.
Neanche i rumori di sottofondo lo sono.
Dal molo al mare solo gli ormeggi delimitano. Teste di ghisa affogate nel cemento. Bagnate scintillano alle luci artificiali, gialle.
E' un tutt'uno, trovarsi faccia a faccia con l'acqua plumbea due metri sotto. Sospirare. Rimanere sul bordo, appeso.
Piantato nella pioggia battente.
Pure lei anomala, parallela al suolo. Che bagna comunque, nessuno si azzardi a portar appresso un ombrello, strumento inutile. Anche senza volerlo, sotto la mega giacca arancione, impermeabile al 100%, che arriva al ginocchio. Ai pantaloni della cerata motociclistica. Alle scarpe tecniche completamente stagne, lucide di grasso.
Peccato, non basta.
Non appena mi chino a novanta per controllare un pianale ribassato, la tramontana alza la falda del giaccone e la pioggia penetra sul giro vita, in pochi secondi bypassa la tenace barriera di neoprene, scende sul davanti e lì si ferma.
Lavorare asciutto e caldo, con le balle bagnate, come un vecchio incontinente.
Anzi, con le balle e il collo bagnati, perchè una goccia trafila ai lati del cappuccio, cola al'interno e inzuppa ai lati il colletto dolcevita del maglione.
Chiazzando di goccioline le lenti, il riflesso fa il resto.
E carri ponte giganti, torri faro altissime, containers sollevati silenziosamente come zollette di zucchero, ralle minacciose e fumiganti che sfilano vicino all'orecchio, ma a debita distanza.
Tutto ciò diventa un quadro surreale.
E tra poco si va a casa.

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25/10/2007

Certe sere vorrei avere sotto l'ascella un tasto da premere per sparire fin quando lo decido io.
Mica nel senso negativo del termine. Affatto. Non fraintendiamoci.
Mi troverei uno spazio alternativo dove quietare un po'. Ritemprarmi. Tirare il fiato.
Poi, se sei invisibile, succede che i gatti che hai attaccati ai maroni  non ci trovano più sugo, si spostano e vanno a colonizzare le altrui zone scrotali.
Ed esser invisibili, a ben pensare, è un grosso vantaggio.
Poter osservare per ore panorami mozzafiato senza che i passanti mi osservino, a loro volta, compassionevolmente. Imperturbabile alla tramontana zerogradi, stare lì fermo per ore, che intanto gli invisibili non han nemmeno freddo.
Introdurmi nottetempo in castelli incantevoli senza far suonare i sofisticatissimi sistemi d'allarme e poi godermi lo spettacolo della città dall'alto.
Guardare una ad una le macchine che sfilano sulla sopraelevata ed entrare in ognuna di esse, scrutare chi  guida, se canta, ha le dita nel naso, parla al denteblu o si sta grattando le palle. Se dentro c'è puzza di piedi, di relento, di arbre magique oppure di chanel numero chissenefrega, da svenire.
E poi materializzarmi nelle vostre case.
Vedere se siete così differenti rispetto a quando parlate di voi. O quando altri parlano di voi. Altri che vi amano, detestano, sono indifferenti. Fingono di interessarsi, ma hanno secondi fini. Sono innamorati di voi.
Come salutate il gatto, sfiorate i vostri bimbi prima di coricarvi, accogliete i vostri compagni, fidanzati o amanti. Brandendo un frustino, strizzate dentro un top di latex oppure con boxer fosforescenti e cinturone da pugile tipo Rocky.
Adrianaaaaa...
O semplicemente a letto, con gli occhiali inforcati e il muso dentro il Dueruote di novembre.
Osservare e valutare attentamente ciò che cucinate, come lo servite, posate calici e sottopiatti.
Tovagliette all'americana, di panno o midollino. Quale vino sta sul vostro tavolo. Quale birra. Quale formaggio di fossa (se siete genoani). Quale marca di elettrodomestici, se avete appeso da qualche parte l'affilacoltelli dell'ikea che non serve a una cippa. Se avete ancora in cantina il vespino 50 di vostro nonno.
Il vostro culo, peloso o glabro a seconda dei casi, mentre entrate in doccia. Le ciabattine di spugna. Il guanto di crine di gnù per ravanarvi la schiena.
I vasetti di creme esfolianti, la faccia, sempre sfatta e allucinata, quando vi alzate il mattino con la scritta chimelofafare sulla fronte. Il mattino ha l'oro in bocca. E il pomeriggio ha l'argento nel naso. Come Agnelli buonanima.
Ma in fondo, alla fine, è solo uno scherzo, io non sono così morboso e lascio felicemente tutti facciano la loro vita senza metterci becco.
Potrei utilizzare il mio momento di assenza normata per staremene solo, tranquillo e non pensare a nulla. oppure fare cose molto piu importanti:

Raccogliere un orsetto di peluche abbandonato sulla mezzeria di una strada di campagna, tirare il freno a mano dopo averlo illuminato con gli abbaglianti e scambiato per una carcassa di animale. Passarlo col vanish. Schiaffarlo in lavatrice a 90°. Asciugarlo col phon e posarlo tutto odoroso di coccolino al muschio bianco, accanto al viso del bimbo che ronfa placido.
E qui riapparire.

baci, figgieu, dormite bene tutti, col nasone sotto il piumino d'oca? si? allora vado ànkio.

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23/10/2007

www.youtube.com/watch

...nonostante la mia rabbia sono solo un topo in gabbia...

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22/10/2007

case

Avevamo una vecchia casa di campagna, abbarbicata ad un pendio erboso, ovattata dal suono di un piccolo fiume veloce.

In qualunque punto mi mettessi in ascolto, la voce d’acqua, lo sciacquio di cascatelle e piccole rapide era il sottofondo. Poi il canto degli uccelli. Il rumore dello spaccalegna. Il vociare delle donne che lavavano panni al trogolo. Il frinire delle cicale e delle cavallette verdi.

E poi il suono più bello e completo che esista: il vento tra le foglie, sui fili d’erba, tra i capelli.

Noi liguri siamo teste piene di vento. È per questo che spesso ci dimentichiamo quel che stavamo dicendo, magari a metà discorso.

In realtà quel cascinale non era nostro, ma una sorta di làscito che mio nonno pagava annualmente, con un affitto irrisorio, alla Parrocchia.

All’epoca tutte le vecchie cascine erano della chiesa. I contadini scendevano a valle a lavorare in fabbrica, si stabilivano in paese, o addirittura emigravano in città, distante trenta km, che allora erano anni luce. E le vecchie case rimanevano lì a marcire, rovi crescevano attorno, tegole di cotto si fessuravano, metri di neve fiaccavano la trave di colmo, flettendola e spezzandola nel bel mezzo.

L’irreversibile. Da lì in poi è stupefacente osservare come solo la pietra impilata possa resistere. Il legno in pochi anni si deteriora, si sbriciola come un fondo di caffè.

Strati di fogliame marcio seppelliscono resti del passaggio umano.

La rivincita della natura, ineluttabile, anno dopo anno, nella mia testa soltanto il ricordo.

Solo la pietra lavorata ha la forza per resistere.

Ma non per sempre.

I nostri boschi di castagno e rovere, quei luoghi dell’entroterra ligure dove ormai non va più nessuno, sono zeppi di strani recinti murari di pietra a secco, alti non più di tre o quattro metri, ormai.

Quelle erano case.

Un bosco di castagno in trent’anni copre tutto e conserva come un cellophane. Ha crescita prodigiosa. E nessuno più a regolamentarlo.

Mio nonno, ex contadino ed ex operaio di fonderia, è mancato ottantottenne nel novantadue. Da dieci anni ormai non manteneva più il bosco. Ci pensava mio padre. Che ora è anziano, dopo di lui ci penserà mio fratello.

Io no, sono ormai di un altro pianeta. Ma su quei monti ci tornerei domani.

Mi viene da sorridere a pensare a quell’omone ormai vecchio, comunista e anche piuttosto agnostico, che diceva due parole al giorno ma ineccepibili. Ricordarlo mentre si vestiva, metteva i rampini da montagna numero quarantacinque, praticamente due zattere e usciva con una busta bianca in mano.
Lì dentro c’era l’affitto annuale. Un passo veloce all’osteria di Marinìn per un gotto di vino e poi in canonica, da quel sacco di bratta del prete, a versare il dovuto.

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la foto non c'entra nulla, è soltanto esplicativa. L'ho scattata nell'estate 2001 in un paesino abbandonato, sulle pendici dell'Antola, a più di mille metri.

Reneuxi è il suo nome, non so adesso quanto ne rimanga, ma da Google Earth un po' lo vedi ancora.

Il mio cascinale è ancora in piedi, anche se il bosco si è divorato parte dell'area prativa e coltivabile. da vent'anni lo conduce una famiglia di Sardi. anche quello lo vedi bene, ogni tanto me lo guardo attentamente, tipo stamattiina.

Grazie a Giorgio per l'ispirazione.

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21/10/2007

credo che a volte migliorarsi non serva,
migliorarsi per sentirsi migliori o per esserlo davvero?
o per farsi vedere migliori agli occhi degli altri?
e poi: a che serve essere severi con le persone racchiuse nel proprio intorno relazionale e poi indulgenti con se stessi?
RACCONTARSELA, MENARSELA, ZIGRINARSELA...
oppure: pretendere da se stessi cose disumane, non darsi scampo, GIUDICARSI CON UNA SEVERITA' ASSURDA e poi, in contemporanea, permettere agli altri di trotterellare sulle proprie gengive?

per questo, questo e quest'altro motivo, sto lottando strenuamente per rimanere la grandissima testa di belino che sono sempre stato.

a quanto pare con ottimi risultati, anche...

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18/10/2007

Parco giochi del Peralto, ore 17 circa.
Sto tentando di convincere Attila, che ha appena scippato un "gormito" ad un bimbo appena più grandicello di lui, a ridarlo al legittimo proprietario quando una biondina con fare da consumata star ed età compresa tra i 5 e i 6 anni mi apostrofa con una certa arroganza:
- ma tu sei un UOMO?
- belin, certo che lo sono.
- ma io, come faccio a saperlo con esattezza? hai i capelli lunghi e i capelli lunghi li portano le donne!!!
- beh, semplice. Lo vedi dalla barba. Poche donne ce l'hanno. E anche dalla tonalità della voce.
- ah, occhèi, ma dimmi, perchè tu porti i capelli così lunghi? sono tanto strani...
- beh perchè mi piacciono, no? anche tu li hai lunghissimi e di certo piaceranno anche a te, giusto?
- certo, ma io sono una BELLA BIMBA!!!
Si avvicina la madre, con le lacrime agli occhi dal ridere, mi guarda e dice:
- devo portarla qualche volta giù al TDN, dove tutti hanno i capelli lunghi e c'è anche qualche rasta, così si fa un'idea...

(per i non -genovesi, il TDN è un centro sociale sito a poche centinaia di metri dall'area gioco per bimbi)

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12/10/2007

ombra

Avere tutto il necessario per vivere in maniera dignitosa, condizione privilegiata ma che lascia in bocca un dubbio atroce.
Non serve a stare bene, o almeno non dipende da quello. Avere non vuol dire essere. Non esistono manuali di autocostruzione all'uopo.
Essere cresciuto col minimo indispensabile, in maniera frugale, ma con tante attenzioni, in un ambiente tutto sommato sicuro e privo di imprevisti, come solo un piccolo microcosmo può essere.
Con aiuti tangibili. Buone mani, ad ergersi in un mare di parole inutili e mezze frasi smozzicate, fare il gesto delle corna rivolto al cielo gravante sulla testa, come a un concerto degli Iron Maiden.
La paura di vivere si squaglia vivendo, complicando un'esistenza semplice come quella di un ramarro o di un gufo, rimescolando le carte in attesa che qualcuno tagli il mazzo. E magari non succede mai.
O succede tutti i giorni, senza che me ne accorga, lasciandolo scivolare sopra.
Lavorare, combattere l'immutabile vita di paese, stabilendosi in una città strana che sembra un insieme di paesi tenuti assieme con lo spago. Ognuno con le sue tacite regole. Ognuno le sue usanze.
Poi, dopo i trenta, il ritorno alle origini. Il fragore, assurto a idolo in contapposizione alla quiete ammorbante, satura la testa e frastorna le idee.
Esistono posti, valvole di spurgo per essere ancora una lumaca, divorando paglia in attesa che qualcuno prepari la pentola.
Esistono luoghi dove c'è da sbattersi per arrivarci e il telefonino puoi lasciarlo a casa, intanto non prende.
Dove per scaldarti o cucinare devi cercare un albero già secco, tranciato dalla galaverna, trascinandolo in cortile e segandolo a pezzetti che entrino nella stufa.
E, se vuoi acqua corrente, devi portarti una "canna" sufficientemente lunga per pescarla dalla sorgente. Lasciandone scorrere un filo perennemente, che non si ghiacci. 
Dove fai la cacca sotto un platano e ti fai il bidet nel fiume, pochi metri oltre, lo stesso in cui sguazzare la mattina, appena sveglio, nudo come un verme e col blocchetto di sapone marsiglia naturale.
Per non essere l'unico pirla che inquina quel paradiso.
Dove lanci dalla finestra i resti della cena e, nottetempo, i cinghiali divorano tutto lucidando il cortile come enormi rotowash setolosi.
Sotto una stellata gigante, che le luci di città non ti lasceranno mai vedere.
Un cielo che cade addosso togliendo quasi il respiro.
E paura di niente. Che se non ti fai male da solo, nessuno verrà mai lì a fartene.

L'uomo col cappello che presta l'ombra alla foto è stato uno dei miei compagni d'avventura, in quel periodo, prima che tutto accelerasse e non rimanesse tempo.
Tre ore fa è diventato padre.
Questo scritto è dedicato a lui e alla sua compagna.

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11/10/2007
le notti.
l'asfalto nuovo, gommoso e veloce.
le stelle che cadono a rotta di collo sulla strada.
la schiuma del mare mentre piove.
i tetti marci delle case abbandonate.
le anime di chi le abitava.
i falò delle bagasce su Corso Perrone.
le ninfee sullo stagno in assenza di vento.
le idrometre che scivolano a scatti sul pelo dell'acqua.
i nidi di rovo degli ungulati.
il Passo del Faiallo.
i precipizi col mare che brilla laggiù in fondo.
il cuore in gola, collegato al polso, collegato al respiro, collegato a qualcos'altro che non so ancora definire.
le luci artificiali che fanno brillare le strisce bianche.
le barche ormeggiate, la brezza sottile, il tintinnare degli alberi.
la voce del vento rabbiosa tra le foglie.
i rami nudi come mani scheletriche spalancate.
la neve.
i paradisi chimici trascorsi da mille anni.
le lucciole nelle sere soffocanti di luglio.
il sole sulla pelle e il profumo che le dona.
il grattarsi la barba quando le parole non vengono.
le verità non confutabili.
lo stare a letto ed osservare le striature del sole mattutino attraverso le persiane gialle.

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08/10/2007

Quando, nonostante gli impegni pressanti, i sorrisi, le idee, la voglia di fare..
Nonostante la rabbia, l'attenta valutazione delle cose da cambiare, demolire e riedificare con miglior qualità costruttiva.
Nonostante il tempo veloce e pieno, che mette il laccio alla gola. il non aver tempo per. il non aver tempo da dedicare a.
Ecco, quando, nonostante impegni, soddisfazioni, mazzate, manca il momento di stasi per chiedersi il come e il dove, quando c'è di fondo una nota dissonante che, chiudendo gli occhi, a poco a poco sutura tutto e rende l'orizzonte compatto come cemento, senza spiragli.

e tanta voglia di rimanere al margine, a guardarmi intorno, in attesa di tempi migliori.

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