
Stasera sono andato al cinema. O, almeno mi ci sono fatto trascinare a mo’ di trolley.
Era dall’ottantadue che non ne frequentavo uno.
Una volta i cine erano in palazzotti liberty anonimi e un po’ malandati, che a guardarli da fuori nessuno avrebbe immaginato potessero contenere una sala “così grande” all’interno.
All’entrata c’era una specie di bancone dove il gestore vendeva caramelle, patatine e belinate assortite. I più evoluti avevano anche il frigo per i ghiaccioli e la macchina per il caffè espresso.
La moglie, invece, stava nel bugigattolo della biglietteria e metteva fuori il naso dalla feritoia di consegna biglietti, ogni tanto, per respirare.
Arrivavo, poggiavo il motorino al muro, sapientemente inclinato affinché non ruzzolasse al suolo, poi mi avviavo all’entrata. Poche lire l’ingresso, gli spiccioli del resto per qualche rotella di liquirizia e un pacchetto di MS da dieci. Un piccolo riquadro luminoso mi diceva se era già iniziato il primo tempo o si era ancora al secondo tempo del precedente spettacolo.
Scostavo faticosamente il tendone pesantissimo, un telo da camion foderato in ciniglia, sul quale acari enormi bighellonavano placidamente.
Odore di fumo. Platea o galleria?
Va bene, la galleria è per i limonatori professionisti e i rusconi imperituri, poi non si può fumare, anche se nessuno ti dice nulla, se te ne bruci un paio… insomma, sta galleria ha un sacco di controindicazioni, se devi pisciare all’intervallo ti tocca scendere di sotto, poi trovi sempre qualcuno che conosci, ti metti a parlare, ti giri un fischione e finisce come al solito.
Quaranta piedi da calpestare per tornare al posto e altrettante madonne dette tra i denti, sottovoce, alla genovese.
Ma dopo quella volta che mi toccò Marco u Testùn giurai di non sedere più in platea.
Lui, essendo miope, stava sempre nei primi posti. Siccome era due metri e portava i capelli come Robert Plant, dietro di lui il fuggi-fuggi era generalizzato.
Guardando dall’alto la conformazione dei posti a sedere, si assisteva ad una disposizione “a cono” dei sedili liberi. Essendo irrisoria la pendenza, la testa di Marco poteva perseguitare anche sei-sette file.
“Abbàssati, mianda!!”, gli dicevano, ma lui era tanto lungo che non ci stava con le ginocchia. Una situazione senza speranza.
Poi esistono quei film di grande affluenza tipo Suspiria, Profondo Rosso o Shining, che avevi promesso alla tua mina di portarcela e che, se arrivi tardi, devi adeguarti alla “zona head”.
E io ero perennemente in ritardo.
E anche stasera lo sono. Mezz’ora di coda in auto per raggiungere Sampierdarena, dove c’erano i capannoni industriali mezzi sghembi ora ci sono tre torri da 40 piani e questa astronave luminosa che insomma, boh, tutto sembra tranne un cinema.
Quattro piani di autorimessa
Non c’è posto allo zero? Vai al primo, no? E se non c’è posto? Beh, sali, sali ancora, mica ti perderai d’animo…
Entrata dalle vetrate altissime, due colonne foderate di licheni luminosi in tonalità blu-cobalto, una tamarrata epocale. American bar, Sushi bar, Pub Irlandese. Scala mobile lunghissima e affollata. Cinema: dodici sale.
Ci rimango di sterco.
Biglietti: coda chilometrica.
“Ma tùtti a menàse u belin au cine, ghe n’an atre cose da fa a-a dùmenega?”
Un monitor informa in tempo reale quanti posti sono ancora disponibili per ciascuno spettacolo.
Tu arrivi quasi in cima, dieci pirla vanno tutti a vedere “l’amore ai tempi del colera” e a te tocca ripiegare su “l’amore ai tempi dello scorbuto”.
Entriamo: sala inclinatissima, se ti inciampi alla sommità rotoli a bomba fino in fondo e ti stampi sullo schermo. Hai fila e posto assegnati. Una volta se c’era una bella manza da sola si faceva a gara per sederle accanto e scambiare due parole, a meno che non ci fosse il Testùn in zona.
Ma per una davvero meritevole, potevi anche sopportarlo.
Adesso ce lo potresti avere seduto davanti senza che ti arrechi disturbo alcuno. Anzi, dopo il cine ci potresti anche bere una birra assieme e fare un Putan Rally, magari, se a lui garba.
Malgrado Marco, oggi, sia calvo come un pallone da rugby.
Venti minuti di pubblicità.
Niente intervallo tra il primo e il secondo tempo, se ti scappa da pisciare stringi i denti e te la tieni.
Tra l’altro il film è triste e quei due imbecilli della fila dietro non fanno altro che sghignazzare, una volta avremmo avuto tutti i lucciconi, senza vergognarci, che si era romantici e anche ad un uomo duro ogni tanto scappava una lacrimuccia di commozione.
Che poi fuori era di nuovo pronto a menar le mani per uno sfottò sul centravanti della Sampdoria, sia chiaro…
Comunque, alla luce dei fatti, è proprio cambiato il mondo: gente che ride su cose atroci, piange se gli racconti le barze sporcaccione. Paga sette euro e quaranta e non limona con la fidanzata, non le infila nemmeno una mano nel reggipetto.
L’unica cosa che è rimasta uguale è il tendone, con relativi acari.
Le poltroncine ergonomiche in vellutino sono belle a vedersi, ma fanno male al culo come quelle in legno nudo.