29/11/2007

Sono tornato.
Seduto sul davanzale della mia finestra.
Fuori tutto uguale e normale.
Televisori ad alto volume, porzioni generiche di spazio flettono al gelido vento di maestrale. Gatti lenti. Colombi inchiodati e lerci.
Posso volare. Anzi, sto decollando, sfrecciando altrove, nube anarchica che si va a confondere con quelle che già percorrono il cielo.
Da ponente a levante. Diapositive in sequenza, una dopo l'altra.

Sfogliare tetti d'ardesia umida, terrazzini disadorni di grigie e fluttuanti giungle di antenne, svettanti campanili romanici, orologio tondo e fermo della stazione ferroviaria.
Poi il mare, intermittente di lampare e rumente galleggianti.
In inverno acquista la sua reale dimensione, per questo gode di un suo particolare fascino, impossibile da cogliere se ci si dedica ad una qualunque attività fisica o mentale. Se si "fa" qualcosa.
Occorre stare ben fermi e muti.
Osservare attentamente per un certo periodo affinché lui, quando gli garba, ci restituisca il suo segreto.
Distinguo la linea d’orizzonte, nitida quanto più riesco a non distogliere lo sguardo, piccolo e anche un po’ imbecille di fronte a questa forza persistente.
Il perdersi dell'occhio sulla curvatura terrestre. 
Elemento minimo, totalmente impotente di fronte al gigante che si vendica della nostra ignoranza e supponenza sommergendoci al ritmo di qualche millimetro l’anno.
Abbandonato al rumore violento delle onde, cullato dai flutti maestosi, da spaventare a morte qualunque minchione dotato di asciugamano, cremina e telefonino.
In doverosa visita ad un vecchio amico, il più anziano dei miei, colpito al cuore, che sbuffa e sputa getti altissimi sulle rocce circostanti e sulla passeggiata, riempie gli occhi e i polmoni d’acqua nebulizzata.
Un amico burbero e maleducato sa sempre sparare frasi a cazzo al momento giusto.
Neppure il più imprudente tedesco, con braghe corte d’ordinanza, riuscirebbe a sfidarlo ora.
Soltanto i fortunati e gli audaci.
Coloro che vagano per il mondo come nuvole impazzite, seguendo qualcosa che non arriverà mai.
Il solo perseguirlo nobilita la ragione di vita.

Dopo, il solito caffè ogni giorno più veloce, la solita occhiata, a palpebre socchiuse, alle informazioni meteo regionali, per valutare se inforcare la tuta impermeabile o la giacca in goretex.
Prima di decollare a velocità supersonica verso il mio niente.

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28/11/2007

Corro sudato per le scale, preoccupandomi di centrare i gradini.

Di non finire a pelle di leopardo.

Palazzo anni settanta, anonimo, prime ore del mattino.

Stagione imprecisata ma comunque “di mezzo”.

Atrio a vetri fumé, usuale, tipico del linguaggio costruttivo in voga.

Rigoglio di spatifillium alla faccia della piena luce e delle irrigazioni brevi e costanti.

Pareti parzialmente e metodicamente perlinate, spigoli e superfici rettilinee a iosa.

Tutto troppo esattamente lineare e scatoliforme.
Scendo i gradini in marmo con un amico, parlottando del più e del meno.

Improvvisamente una figura più veloce e più bassa di statura mi supera all’interno, alla Capirossi, mentre sto chiudendo la traiettoria che mi conduce alla via più breve per ottenere la luce, come un Bodhisattva part-time.

Lei è vestita totalmente di nero, pantaloni a zampa e scarpa col tacco quadrato.

Sopra porta un cardigan azzurrognolo.

Voltandomi d’istinto la riconosco, con moderata sorpresa, come se me l’aspettassi, in fondo.

D’altronde sono solo tredicimilaottocentosettantaquattro giorni che non la incontro.

La sorpresa è forse più sua. Poi anche lei mi riconosce e mi sorride sghemba e distante.

Familiari mi sono gli occhi, luminosi come due fanali e un po’ obliqui, che mi scrutano attenti.

I lineamenti del viso suadenti, regolari, la carnagione abbronzata come quella di chi passa molto del suo tempo all’aria aperta.

O non ha proprio un cazzo da fare.

- Vesti sempre d’azzurro, tu?-

Lei sorride ed accelera il passo, ticchettando, fatico non poco per tenerle testa, sembra scivolare via, pallina di mercurio colorata.

Ha la macchina parcheggiata lungo il muretto che delimita un giardino, al lato opposto della strada.

Una vettura media non recente, forse una Citroen ZX o un’Astra vecchio modello.

Quel che mi ricordo bene è il colore: blu scuro metallizzato.

Me lo vedo quasi sul naso quando alza il portellone, butta dentro una borsa e qualche carabattola cui non presto attenzione, preso ad osservarla.

Sembra meno spavalda, assai meno spavalda, ma potrebbe essere una tattica.

Sa che lo sguardo punge e lo sfodera solo a tratti.

È strano, mi sembra timida, o sono particolarmente rimbecillito, oggi.

Come può essere timida una donna che ha girato in lungo e in largo mezzo mondo e che parla correntemente almeno quattro lingue?

Può essere semmai incostante, sfuggente, sbrigativa.

Non lo so. Non riesco a frenare la mia gestualità prorompente e non ricordo neppure cosa ci siamo detti.

Sono molesto, non sono di qui, non conosco i modi e scelgo sempre i meno indicati.

La stringo un po’ all’angolo del ring, tra muretto e portellone, ma ho cose impellenti da dire anche se al momento non ricordo quali.

Parla quasi senza accento, si guarda le scarpe e non è un buon segno. Come quando il gatto sbatte ritmicamente e lateralmente la coda.

Forse sta per estrarre uno stiletto dal taschino e non voglio spargimenti di sangue, non oggi almeno.

La lascio sfuggire, come un velo colorato di niente.

Probabilmente avevo qualche bicchiere di troppo e facevo discorsi a bischero.

La chiusa era implicita: vederla fare manovra e sparire veloce nella direzione opposta.

Avessi saputo prima che viveva nel palazzo di Mauro.

Ma sono cose che si sanno sempre dopo:

D’altra parte nessuno ha mai chiesto di scegliere
Neanche all’Aquila o al Topo.

(dedicato ad una persona che chissà che fine ha fatto ma ha preso comunque la sua strada)

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26/11/2007

zenaflash

Il film era "Giorni e Nuvole".
Racconta di storie minime, anfratti della vita di ogni giorno, che la gente veloce, con il nulla nella testa, neanche vede. Senza colpi di scena, situazioni eclatanti.
Dove le cose vanno come devono andare, e se vanno male non c'è nemmeno da aggrapparsi a futili illusioni. Se amate film allegri e scoppiettanti, ricchi di situazioni intriganti ed improvvise zampate di teatro, NON andate a vederlo, sarebbe devastante.
Un film creato da un milanese, fratello di barcaiolo, ma che sembra fatto da un genovese doc.
Ci sono i Vicoli, il Porto, la Sopraelevata, i quartieri eleganti di Carignano e Quadrilatero, le anonime case popolari piantate sulle alture, orridi scatoloni di cemento ma che godono di una splendida vista sulla città e sul mare a perdita d'occhio.
E c'è il clima, il vento che straccia il bavero della giacca, la pioggia persistente, lo sguardo torvo e indagatore dei vecchi, che ti scava dentro.
Un film che potrebbe essere racchiuso in una frase: morir grassi è la peggiore sventura.
Un povero è avvezzo alle mazzate sui denti e sa sopravvivere con poco, per un ricco, abituato allo status, agli agi, al superfluo, agli stupidi simboli del benessere, ritrovarsi sul lastrico è assai più devastante. Perchè non ha più le zanne affilate di chi ha davvero fame. E lo fanno nero in cinque secondi.
Ma un barlume di speranza, anche se sfumato, appena accennato, è comunque presente.
E Genova è ovunque, in sottofondo, a scorrere vicino, sotto, attorno, dentro.
Una città strana e persistente, come un qualcosa sottopelle, un tatuaggio marchiato a fuoco, un vestito vecchio e lacero ai bordi ma ancora elegante, di quell'eleganza un po' bohemienne, d'altri tempi.
Da indossare per sempre, non togliere mai, nemmeno per andare al cesso, che altrimenti prende una nostalgia istantanea e feroce.
Un posto che davvero non ce n'è al mondo uno uguale.
Andate a vederlo, se vi piacciono queste piccole cose...

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26/11/2007

zona head

Stasera sono andato al cinema. O, almeno mi ci sono fatto trascinare a mo’ di trolley.

Era dall’ottantadue che non ne frequentavo uno.

Una volta i cine erano in palazzotti liberty anonimi e un po’ malandati, che a guardarli da fuori nessuno avrebbe immaginato potessero contenere una sala “così grande” all’interno.

All’entrata c’era una specie di bancone dove il gestore vendeva caramelle, patatine e belinate assortite. I più evoluti avevano anche il frigo per i ghiaccioli e la macchina per il caffè espresso.

La moglie, invece, stava nel bugigattolo della biglietteria e metteva fuori il naso dalla feritoia di consegna biglietti, ogni tanto, per respirare.

Arrivavo, poggiavo il motorino al muro, sapientemente inclinato affinché non ruzzolasse al suolo, poi mi avviavo all’entrata. Poche lire l’ingresso, gli spiccioli del resto per qualche rotella di liquirizia e un pacchetto di MS da dieci. Un piccolo riquadro luminoso mi diceva se era già iniziato il primo tempo o si era ancora al secondo tempo del precedente spettacolo.

Scostavo faticosamente il tendone pesantissimo, un telo da camion foderato in ciniglia, sul quale acari enormi bighellonavano placidamente.

Odore di fumo. Platea o galleria?

Va bene, la galleria è per i limonatori professionisti e i rusconi imperituri, poi non si può fumare, anche se nessuno ti dice nulla, se te ne bruci un paio… insomma, sta galleria ha un sacco di controindicazioni, se devi pisciare all’intervallo ti tocca scendere di sotto, poi trovi sempre qualcuno che conosci, ti metti a parlare, ti giri un fischione e finisce come al solito.

Quaranta piedi da calpestare per tornare al posto e altrettante madonne dette tra i denti, sottovoce, alla genovese.

Ma dopo quella volta che mi toccò Marco u Testùn giurai di non sedere più in platea.

Lui, essendo miope, stava sempre nei primi posti. Siccome era due metri e portava i capelli come Robert Plant, dietro di lui il fuggi-fuggi era generalizzato.

Guardando dall’alto la conformazione dei posti a sedere, si assisteva ad una disposizione “a cono” dei sedili liberi. Essendo irrisoria la pendenza, la testa di Marco poteva perseguitare anche sei-sette file.
“Abbàssati, mianda!!”, gli dicevano, ma lui era tanto lungo che non ci stava con le ginocchia. Una situazione senza speranza.

Poi esistono quei film di grande affluenza tipo Suspiria, Profondo Rosso o Shining, che avevi promesso alla tua mina di portarcela e che, se arrivi tardi, devi adeguarti alla “zona head”.

E io ero perennemente in ritardo.

E anche stasera lo sono. Mezz’ora di coda in auto per raggiungere Sampierdarena, dove c’erano i capannoni industriali mezzi sghembi ora ci sono tre torri da 40 piani e questa astronave luminosa che insomma, boh, tutto sembra tranne un cinema.

Quattro piani di autorimessa

Non c’è posto allo zero? Vai al primo, no? E se non c’è posto? Beh, sali, sali ancora, mica ti perderai d’animo…

Entrata dalle vetrate altissime, due colonne foderate di licheni luminosi in tonalità blu-cobalto, una tamarrata epocale. American bar, Sushi bar, Pub Irlandese. Scala mobile lunghissima e affollata. Cinema: dodici sale.

Ci rimango di sterco.

Biglietti: coda chilometrica.

“Ma tùtti a menàse u belin au cine, ghe n’an atre cose da fa a-a dùmenega?”

Un monitor informa in tempo reale quanti posti sono ancora disponibili per  ciascuno spettacolo.

Tu arrivi quasi in cima, dieci pirla vanno tutti a vedere “l’amore ai tempi del colera” e a te tocca ripiegare su “l’amore ai tempi dello scorbuto”.

Entriamo: sala inclinatissima, se ti inciampi alla sommità rotoli a bomba fino in fondo e ti stampi sullo schermo. Hai fila e posto assegnati. Una volta se c’era una bella manza da sola si faceva a gara  per sederle accanto e scambiare due parole, a meno che non ci fosse il Testùn in zona.

Ma per una davvero meritevole, potevi anche sopportarlo.

Adesso ce lo potresti avere seduto davanti senza che ti arrechi disturbo alcuno. Anzi, dopo il cine ci potresti anche bere una birra assieme e fare un Putan Rally, magari, se a lui garba.

Malgrado Marco, oggi, sia calvo come un pallone da rugby.

Venti minuti di pubblicità.

Niente intervallo tra il primo e il secondo tempo, se ti scappa da pisciare stringi i denti e te la tieni.

Tra l’altro il film è triste e quei due imbecilli della fila dietro non fanno altro che sghignazzare, una volta avremmo avuto tutti i lucciconi, senza vergognarci, che si era romantici e anche ad un uomo duro ogni tanto scappava una  lacrimuccia di commozione.

Che poi fuori era di nuovo pronto a menar le mani per uno sfottò sul centravanti della Sampdoria, sia chiaro…

Comunque, alla luce dei fatti, è proprio cambiato il mondo: gente che ride su cose atroci, piange se gli racconti le barze sporcaccione. Paga sette euro e quaranta e non limona con la fidanzata, non le infila nemmeno una mano nel reggipetto.

L’unica cosa che è rimasta uguale è il tendone, con relativi acari.

Le poltroncine ergonomiche in vellutino sono belle a vedersi, ma fanno male al culo come quelle in legno nudo.
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20/11/2007

Roma:
Il capo della Polizia Antonio Manganelli ha incontrato il capo delle Organizzazioni Eversive Riunite Giuseppe Mitra per siglare una tregua bilaterale, visto il crescente clima di disordine sociale.
All'incontro era presente il capo dei Clandestini Rumeni, Ioan Selopescu.
Poi insieme sono andati a riferire al capo del Consiglio di Gabinetto, Mario Parlabene.
Si è discusso su fatti che premono fortemente sull'opinione pubblica: la strage di Erba, i gialli di Cogne, Garlasco, Perugia...

(questo non potrebbe essere un "TG-Tanica"?)

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18/11/2007

Buio.

Eccetto il tremore luminescente che filtra dalla finestra, spalancata.

-ecco che riattacca-

pensa, osservando i pendenti in cristallo del lampadario anni settanta, scuotersi e tintinnare, mossi dal vento immaginario.

-sono un buon uomo, io? Un padre, un genitore giusto, ineccepibile?-

percependo i muri laterali accorciarsi e il soffitto iniziare a premere sulla testa.

-domani avrò ancora la forza, o sarò schiacciato al suolo?-

e, mentre il pavimento sgrana e le fughe tra le mattonelle ottagonali diventano larghe feritoie:

-avremo scampo?-

Inghiottito al di sotto in un capogiro, in assenza di luce, fisico che si ribella al suo ruolo normatore e distributore di energie. Anche il più quiescente vulcano inattivo, a volte, semina il panico senza preavviso, sfumacchiando solo un po’ prima del botto.

Sono le 4,30. Mario, riverso sulla poltroncina in skai rosso, il suo botto sta per farlo.

Il capo all’indietro, lo sguardo sul soffitto comprime le cellule corporee che, al di sotto, colano attraverso le fughe. Ronzio sordo dentro la testa.

Occhi lacrimano su ricordi da non saperci dare un ordine, come aver inspirato una sostanza incredibilmente acre. Il naso si stura e riottura, incessantemente.

Guarda la finestra, dista solo pochi passi. Invitante. Sogna di attraversare il fiume, che lo vide bambino, farsi un varco gettando sassi opportunamente piatti e stabili tra i flutti.

Per non bagnare l’orlo dei calzoni.

Ed evitare schiaffoni dalla mamma.

Ma i sassi sono strani e perfettamente lisci, hanno tutti forma ottagonale e sono alternativamente beige, neri, bordeaux. Il terrazzino semicircolare, in voga nel liberty del primo novecento, è solo un trampolino sul nulla.

Nevica e gli ombrelli dei passanti hanno la medesima forma geometrica.

-posso attraversarlo-

Ronzio aumenta, orecchie si stappano come appena fuori il cunicolo veloce della galleria.

Con piede fermo e appoggio sicuro Mario scavalca il basso parapetto, senza perdere il passo, che bisogna far veloce.

Tre piani sotto il telone del camion di un rigattiere lo attende.

 

(triste frinire di veicoli con le catene montate, sulla statale.)
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17/11/2007

"a presto...
ti auguriamo tutto il bene
ci avevi detto di non aver paura di morire
beh allora a presto...
non piangere
e non sentirti troppo giù
non tutti i martiri vedono la divinità
ma almeno ci hai provato"

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15/11/2007

androne

Maradona era mio vicino di casa e lo scoprii solo quando, spianandomi in faccia quello sguardo allucinato, mi disse:

-Se sei un vero uomo, vieni avanti e combatti!

Abitava in un grosso alloggio al piano primo, dove il giorno è perennemente inghiottito dai sassi stretti del vicolo. E per guardarsi in viso occorre tenere il neon sempre acceso. Il fatto che loro, peruviani, tenessero tutto il giorno la Pausini o Ramazzotti a palla, mi aveva già provocato un’attenta riflessione sui costumi delle nuove popolazioni genovesi.

In un palazzo di trentanove alloggi, con sei corpi scala ramificati ovunque e stretti come cunicoli, chi sta in basso, appena oltre la prima rampa dello scalone in marmo, ha un grosso vantaggio: sapere tutto di tutti, conoscere ogni faccia e collegarne abitudini, orari, frequentazioni, mezzi a motore di cui dispone, più ovviamente eventuali giri strani, potenzialmente redditizi.
Io non so chi siano: sembianze, modo di vestire, atteggiamenti omologati per essere chiunque in qualsiasi momento. Ma loro si. E sanno perfettamente da chi aspettarsi eventuali reazioni e su quali individui mantenere egemonia.

Rientrando alle due di notte un piccolo riccioluto sbronzo mi chiede qualche spicciolo “per mangiare” giusto fuori l’enorme portone in legno.

Non gli bado minimamente, lo scosto di peso e infilo le dita nel foro, praticato da chi cerca riparo all’interno, facendo saltare la vecchia serratura e sbloccando il chiavistello.

Entro, scavalcando i senzacasa che dormono zeppi di colla e alcool, con le loro bestiole pulciose,  nel grande androne e mi avvio al settimo piano, salendo lentamente il cunicolo buio.

Operazione consueta sulla quale si è ormai abituati a far spallucce, vincendo il terrore delle variabili impazzite, fingendo che in fondo così ci si deve abituare a vivere, nella nuova società.

Poi, giunto alla sommità, entrando in casa col fiatone, sono ripagato dei miei sforzi: la vista dei tetti della città, il cielo chiaro e quasi minaccioso, i terrazzi ricchi di vegetazione scarmigliata al vento. I gatti, ad annusare la luna gialla e severa.

Pisciare, nella piccola latrina d’angolo, lavare denti, viso e mani, arpionare con il pollice la tuta da casa appesa, pigiare il tasto frontale della tv, accesa su un canale che propone televendite di tappeti 24 ore su 24.

Tempo pochi secondi dormo sul divano, con un rivolo di bavetta sgorgante a sinistra del labiale semiaperto.

Cinque e ventisei, sveglia assordante, scatto di nervi, manate a vanvera, muso nell’acqua gelata, caffè, sigaretta, cacca, doccia tiepida da resisterci appena, per sentirmi ancora vivo. O quasi vivo.

Scendere le scale di corsa, col casco già in testa, le chiavi della moto in mano, la siga in bocca, fumigando vento a scorrere sottovoce.

I senza dimora nell’androne hanno assunto una disposizione “ad abete”, orientandosi in diagonale ai due lati e lasciando un corridoio centrale abbastanza ampio, onde non doverli nuovamente scavalcare.

Qualcuno ha pisciato, qualcuno vomitato e parecchie bottiglie di birra si sono rotte, generando un tappeto uniforme di cocci, accanto al portone un cane ha cacato, il tanfo è annichilente.

Spalanco il pesante bestione e mi trovo in faccia la lama scintillante della scimitarra di Maradona, che biascica sbronzissimo parole incomprensibili.

-io l’avevo deto che ti amazavo…

Sono in sei, io lo spingo anche perché non ho altra possibilità, lui rotola e gli altri lo osservano rotolare con sguardo intelligente e sveglio.

Poi salgo sulla moto e mi dileguo.

Duecento metri dopo c’è il posto di blocco della pula, mi fermano ogni mattina facendomi mille domande, così timbro in ritardo, solo perché ho capelli lunghi e folta barba, mentre quelli con le scimitarre scorrazzano liberi.

Ma stamane no, non mi fermo, li saluto alla veloce con la manina guantata e passo oltre  e fanculo se mi pigliano la targa. Che mica me la pigliano, ormai mi conoscono bene.

 

Quella fu l’ultima volta che lo vidi.

Mesi dopo, maestranze intente ad una radicale ristrutturazione del palazzo attiguo, scoprirono una sorgente d’acqua nelle sue antiche fondamenta ed un cisternone sotterraneo grande come un vano d’appartamento e profondo otto metri.

Alcuni sub scesero con bombole e torce e lo scandagliarono, trovandovi ogni genere di cose e uno scheletro ben conservato.

Non era Maradona, era lì da qualche secolo, il buio totale e l’assenza di batteri lo avevano lucidato a puntino.

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14/11/2007
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12/11/2007

Antefatto, tanto per capirci.
Sull'intercity, verso Milano, per qualche problema in linea siamo fermi da mezz'ora poco prima di Rogoredo.
Fuori, nell'incolto intorno alla massicciata, baracche di cartone e gente che si affaccenda.
Pezzi di fòrmica e mobili dismessi, materiali di risulta vari, lamiere ondulate, vecchie porte e telai di finestre con plastica rigida vagamente trasparente al posto del vetro.
Il tutto coperto da un telo di plastica di quelli spessi, tenuto al di sopra con pietre, che il vento non se lo porti via.
Sembra una di quelle baracchette che facevamo da ragazzini, atta a quartier generale della banda. Che poi non pioveva mai per testarne la "stagnitudine". Ma quando finalmente il cielo scuriva, si alzava anche il vento rabbioso e spargeva attorno ogni sudato tentativo. Troppo piccole le pietre sul tetto.
Dal centro della costruzione spunta il tubo di una stufa. Un tavolino da giardino, fuori, con due sedie e ombrellone, preso chissà dove.
Un'area di qualche decina di mq libera da rovi e tenuta pulita.
Mi sembra di violare la loro privacy, restando lì impalato a guardarli. Allora ruoto lo sguardo dentro, scruto il vagone.
Nello scomparto accanto al mio una mamma troppo vecchia o una giovane nonna, con accento pavese, insegna a una bimba di pochi anni le preghierine da dire al Signore, in chiesa.
Accanto un orientale, forse indiano, dormicchia, le mani sulla valigetta in similpelle.

Prendo il taccuino e inizio a scrivere.

Mi chiamo Angelo Di Dio.
Sono nato quarantasei anni fa a Roccacannuccia. Faccio il custode in un magazzino di pomodori pelati in scatola. Il mio compito è quello di illuminare e custodire attentamente i vasi di maria che ogni settimana Don Pasquale porta qui, in una stanzetta al seminterrato. Non mi stancherò mai di rendergli grazie, è stato l'unico che mi ha permesso di trovare un lavoro onesto, in questa valle di lacrime.

Poso il taccuino sul sedie.
Le preghiere non fanno per me. Comunque la moglie di Angelo si chiama presumibilmente Regina e sta tutto il giorno in casa con le tapparelle abbassate, santini appesi in ogni dove tintinnano al suo greve passo sull'intelaiatura marcia delle travi portanti. Hanno una figlia, detta Missy, ad occhio e croce direi punkabbestia.
Stasera, chiuso il magazzino con un robusto catenaccio, lui salirà sul vespino e, giunto a casa, saluterà la moglie con un semplice "salve", porgendole due cimette d'erba, che fanno bene per la depressione.

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08/11/2007

Da bambino guardavo film western seduto sulle ginocchia enormi di mio nonno, che era estimatore di Ion Vaine.
(che far imparare vocaboli ammerikani ai nonni è sempre stata cosa improba)
Tra l'altro avere la tessera del PCI nel taschino non ti imponeva, allora, di guardare Moretti o Salvatores, che non c'erano ancora.
Infatti a lui ci piaceva anche Clint Isvùd perchè aveva la faccia rassicurante, che invece a me sembrava una faccia da gran figlio di mignotta.
un giorno, ero adolescente, gli feci guardare Ecce Bombo (film che ho adorato da subito anche se non lo capivo mica fino in fondo) e lui si annoiò a morte, dicendomi:
"ghe n'an atre belinate int'u servellu sti caveluìn..."
Lui non era uno di quelli che "gli italiani rossi o neri son tutti uguali", perchè eran diversi e lo sapeva bene.
e nemmeno uno di quelli che "si meritavano Alberto Sordi", perchè non lo capiva a parlare e gli stava anche un po' sulle balle.
Ma tutti quelli della sua generazione, cresciuti contadini e rigeneratisi, per campare, operai d'armamento ferroviario o d'altoforno, avevano un loro Far Uest.
Di qua c'era il bene e di là il male. Definiti. Standard. Salvo eccezioni.
Il saloon si chiamava Ostàia da Marinìn e al posto del whiskey si tracannava barbera.
E se c'era uno che ti offendeva o aggrediva, uscivi fuori, gli davi due pattoni sulla faccia con le mani-badile e poi non ti offendeva più per tutta la vita.
In pochi anni vivevi in pace con tutti i quattromila abitanti del paese.
il bene erano i padri di famiglia lavoratori, il male gli ubriaconi che combinavano casini e facevano vivere di stenti i figli e le mogli.
"e schen-ne drìte che nu g'aveian quae de fa 'n belin..."
Il bene erano i partigiani e il male i soldati tedeschi, anche se c'era tra i primi chi cagava fuori dal vaso ed era malvisto e tra i secondi qualcuno con cui potevi ragionare e bere un gotto assieme.
Ordini, giusti o sbagliati, sempre ordini sono. Militarismo permeava ovunque, si pensi che in alcuni ambienti una sorta di "gerarchia militare" c'è ancora adesso.
Invece i fascisti stavan sulle balle quasi a tutti, perchè eran ragazzi cresciuti assieme e poi diventati nemici, un nemico in casa, sul pianerottolo, da fidarcisi niente...
C'era davvero poco di cui campare, per tutti.
Indi per cui i sommi guru dell'epoca erano quelli che pensavano ai fatti propri, vivevano e lasciavano vivere.

Stamane, svegliato dopo 3 ore di sonno dagli ululati canini dell'interno cinque, pensavo al mio far west.
A quanto sia semplice pigliarlo nel culo ed arduo difendersi. Alle lettere di richiamo, inutili se la modalità conduzione animali domestici non è specificata nel regolamento condominiale. E se questo non è depositato presso l'Associazione Proprietari.
A quanto non servano le parole bonarie, se si ottengono risposte arroganti, nonostante l'evidente situazione di torto. Non servano le raccolte firme, gli esposti, in quanto l'ultima parola spetta sempre alla Protezione Animali.
A quanto non importi a nessuno se da due anni ti addormenti o risvegli a seconda degli umori canini ampiamente giustificati dall'incuria umana.
Invece iersera pensavo a come sarebbe bello avere un pulsante sul cruscotto della moto per far sparire le persone che profittano di una autoproclamata condizione di potere relativo, allo scopo di costringerti a combattere loro battaglie personali, che vanno a tuo pieno discapito.
A quanto sia facile per costoro, spalleggiati da nonsisachi, sbarazzarsi dei dissidenti con una semplice alzata di cornetta.

Vorrei anch'io il piazzaletto selciato fuori dall'Ostàia da Marinìn, ove risolvere ogni disputa una volta per tutte e in maniera inequivocabilmente arcana.
Peccato ci sia al suo posto, ormai dal '97, un negozio d'antiquariato...

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06/11/2007

Ho preparato una specie di focaccia al prosciutto crudo, buonissima.
Peccato metta sete terribile e si digerisca male.
Giro per casa facendo bolle dal naso come una sardina, di cui ho la medesima consistenza grassa nella faringe.
Prendo i due sacchi della spazzatura.
Portafoglio, chiavi del motorino e dell'auto, celluare e documenti rimangono sul mobiletto dell'ingresso.
Indosso il giaccone: mi sembra d'essere uno di quelli che fan vedere a "chi l'ha visto", escono a buttare la rumenta e svaniscono nel nulla, come rapiti dagli alieni.
E i loro parenti piangono in tv chiedendosi il perché.
Peccato, non c'è un perché, non si può avere una risposta a tutto.
Ogni supposizione è stancamente parziale.
Ogni arrovellamento di investigatori privati e luminari della psiche è banale e assurdo.
Cos'hai? che ti prende? perchè decidi di andar via?
Ma tranquilli un attimo, cazzo, sto soltanto facendo il giro del quartiere.
Ho solo digestione lenta e un gran numero di cose nella testa, da incolonnare per benino.
e camminare insegna.

Dormire, poi, fa il resto.

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01/11/2007

Ricordi da molto piccolo, seduto sulle sue ginocchia.

Di quando s’imparano le cose basilari della vita, che poi a ben vedere non servono a molto, ma senza le quali non potrai mai utilizzare stratagemmi alternativi nel contare.

Io ho venti dita, sai. Dieci sopra e dieci sotto.

Lui ne ha diciotto. Nove  e nove. È vedovo da poco. Ha già una figlia grande, sui vent’anni, che lavora e bada autonomamente a quanto le compete.

È socialista, più moderato di tutti noi. Io ho quattro anni ma ‘ste cose le so già.

Quell’aria bonaria e marziale allo stesso tempo, quel corpo allampanato, gambe lunghissime e leggero zoppichìo.

Veste elegante, poche parole, misurate. Non ricordo cosa facesse prima della pensione, forse l’autista di tram o l’impiegato, oppure lavorava in una società di spedizioni marittime. Non me lo ricordo proprio. Ma era diverso da noialtri, operai di fonderia, ferrovieri di armamento o manovra, gente con la schiuma dentro e il sudore fuori.

Perché ti manca il medio della destra, zio?

Eh, perché mi è rimasto congelato, in Russia, me l’hanno tagliato all’ospedale da campo. Ma si vive lo stesso, sai, anche senza il dito medio.

Solo quello.

I miei non sapevano molto di più, come se di certe cose, troppo disumane per essere digerite, lui non riuscisse a parlarne. O non gliene fregasse più di farlo.

Però ci sono i libri. Alle medie, come dice giustamente Paolini.

Il Sergente, Centomila gavette di ghiaccio.
Perché son cresciuto con una marcata repulsione alla guerra. Adesso lo capisco bene.

Perché anziché fabbricare mitra di legno e simulare sventagliate con enorme dispendio di saliva, preferivo arco e frecce. Risparmiando utili secrezioni corporee.

(ci si doveva ammazzare, in qualche modo, no? Altrimenti le lotte di conquista tra bande di ragazzini, in strada, perdevano pathos. Chissà se quelli di oggi le fanno ancora.)

A me la guerra corpo a corpo faceva schifo. Provate voi ad incontrare appena voltato l’angolo un gigante come Beppe che vi crivella a raffica, ricoprendovi di sputacchi puzzolenti.

Dai, una cosa così deve fare per forza angùscia.

Anni scorrono. Vent’anni. Dopo pranzo un salto da lui, prima del gran premio, per raccontargli un po’ di me. L’università. Le fidanzate. Mi offriva il liquore al caffe, se ne versava solo un dito, che non poteva più bere. E a me un bicchierino pieno. Poi fumava mezza siga, che non poteva più fumare. E a me una intera. E magari cinquemila lire per la benza della moto. Che lui non ci poteva più andare. E aveva la pensione d’invalido di guerra.

Dimostrava oltre i suoi settantacinque. Possedeva una sorta di meccanismo lento, cadenzato, eppure sempre ritto, come quei pini spelacchiati che si piegano alla tramontana e non cadono mai. Artrosi, problemi di circolazione, ci conviveva da sempre. Il passo greve e regolare della Ritirata di Russia. Leggeva molto, inforcando gli occhiali, concentrandosi. Sorridendo appena.

Se  n’è andato dieci anni fa. E con lui tutti i suoi segreti dolorosi: giacciono avvinti ad uno scheletro con diciotto dita, sepolto nella nostra terra scura. Cinquantacinque anni dopo il Don.

Farfallino e abito scuro, che si muore eleganti e vecchi, a raccontare l’irraccontabile ci pensano libri e spettacoli teatrali.

Poche parole, misurate, solo se interpellato.

La dignità e la forza del tacere.

Ce ne vorrebbero tanti così, ora, nell’era del “parlo a vanvera”.
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