
Il ricordo più antico: uno zero in condotta vergato a biro rossa, sul diario, cui avevo disegnato occhi, bocca e pipa anziché farlo firmare ai miei. Ma mi veniva da piangere e sentivo il naso colare.
Non ce la facevo.
Non mi riusciva proprio di rimanere concentrato a lungo.
Qualsiasi cosa mi fornisse una boccata d’ossigeno momentanea, era ben accetta.
Andare a cancellare la lavagna.
Svuotare le “bic” e farne cerbottane.
Correre a perdifiato per i corridoi, terminando in presidenza appeso per un orecchio, gambe tremanti e culo a prova di spillo.
Quegli stessi che, anni dopo, pulivo in lungo e in largo, con lo spazzolone gigante, la fascetta “alla Caniggia” per tenere i capelli e i Nirvana nelle cuffiette.
Che quant’erano incazzati, quelli lì. E tutti gli altri di Seattle, erano incazzati a bestia.
Ciao, bidello, mi dice ancor oggi qualche ragazzo ormai universitario.
Il più studioso dei delinquenti, il più delinquente dei secchioni.
-allora chi va a prendere il tabellone dei Metalli e dei Metalloidi giù in laboratorio?
-io e Sandrino, prof.
-ehi, ragazzi, ci sono anch’io…
fa il Moro dal fondo dell’aula.
-certo, ci sei anche tu. Lo Stronzio!
Mentre Claudio passa la giornata a fabbricare grossi funghi col pongo, li posa per terra e ci parla.
E gli altri scatenati in palestra, arrampicarsi sulle funi e sulle rastrelliere a muro, darsi mazzate incredibili dietro ai materassoni per il salto alla cavallina. Dopo cinque minuti si fa pace, tutti amici come prima, soltanto qualche livido e colletti stropicciati. Socchiudo gli occhi e mi sembra ancora di vederli.
L’appartamento di Toni il custode, a pian terreno. Strategico per controllare che non riducessimo i cessi a un letamaio. Tra l’altro lui era lentissimo e lo fregavamo sempre.
La biblio, in mansarda. Il Pedro che la gestiva, il suo mazzo di vinili dai bordi sdruciti, sotto l’ascella:
-vieni qui che ti faccio sentire i Dìp Pàrpol.
Quella bella ragazza del paese vicino, ai Giochi della Gioventù, in terza media, non l’avevo mai vista, nemmeno quando viaggiavamo in autostop il pomeriggio, così, per ammazzare il tempo.
Aveva occhi scuri, truccati, brillantini sulla faccia e un odore di buono.
La baciai sulla guancia, dietro il tendone, mentre proiettavano le diapo delle attività svolte durante l’anno scolastico. Un’estate da sognare e tanti progetti nella testa.
Poi non la rividi più, chissà dov’è ora.
Demoliscono
L’uomo della ruspa canticchia una vecchia canzone di Nick Cave: ogni cosa bella deve morire.
Al posto di un edificio vetusto e fuori norma ci verranno tre palazzine nuove di pacca, da qui a poco.
I ricordi, quelli, non vanno mai fuori norma.
Anche senza un posto preciso dove riporli.