13/12/2007

Immag007

Vedi, non è difficile.
Lato monte ci sono le case di Sampierdarena.
A fianco abbiamo questo bellissimo stradone, con le bagasce che accendono pittoreschi falò, per scaldarsi. More. Non tutte: qualcuna è anche biondissima. E qualcuna bella, di una sua bellezza selvatica e triste.
Poi c'è il muraglione con la griglia di delimitazione, di qua è area portuale. Ci entri solo col pass.
Vedi meglio ora? E' tutto parallelo, davvero molto semplice.
C'è questa serie di binari affiancati, nove in tutto, poi la Sopraelevata Portuale, sotto di essa corre lo stradone, parallelo al mare.
Oltre ci sono i moli con le gru, i carri ponte ad uso dei vari terminalisti, le pile di containers.
E, in sequenza, la gente che si affaccenda in banchina, le navi all'attracco e il mare a perdita d'occhio.
Guardando a Levante abbiamo in faccia tutto il giorno la sagoma della Lanterna, ciò avviene anche di notte, ma ne vediamo solo la testa che si illumina a giro.
Dove i binari confluiscono c'è un piazzale asfaltato e lì ci sono io. Mi vedi? sto accendendo una paglia. Lo vedi il bagliore dell'accendino? no-o??

Belin, ma allora non c'hai la versione ultra-aggiornata di Gùgolart!!

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12/12/2007

Prima o poi dovevo arrivare a parlare direttamente di quello che è successo a Torino.
Passati i conati di vomito per l'informazione che tratta il caso con il medesimo taglio, ormai codificato, con cui scava e insinua minchiate nuove e sempre uguali sui gialli di Erba, Cogne, Garlasco e Perugia.
Pietà a palate, lacrime a fiumi, notizie (quelle che servirebbero)  frammentarie se non faziose. Edulcorate. Sparute.
Il lavoro di fonderia io non l'ho mai fatto. Non ci sono mai stato dentro ad una fonderia, esclusa una gita alle medie, nello stabilimento Italsider, a vedere il "ciclo dell'altoforno".
Ma di quel lavoro così pericoloso e insalubre ne ho sentito parlare molto.
Gli ultimi 15 anni di "carriera" lavorativa di mio nonno Paolo furono all'altoforno, come "addetto alle colate". Mi parlava spesso del suo lavoro, dei suoi compagni morti in fabbrica, talvolta. Allora non si chiamavano "morti bianche". Erano morti che non ci dovevano essere, errori, cose di cui nessuno voleva parlare.
Mi raccontava il suo tran-tran quotidiano, la sveglia alle quattro, la bicicletta posteggiata dietro la stazione, il Treno Operaio delle cinque, che adesso chiamano ancora così, dalle mie parti, ma è alle 5.53.
La colazione con brodo di trippa, una micca di pane e un litro di vino rosso.
Invece mio nonno Beppe, che lavorò in fonderia per gli ultimi suoi 20 anni, di queste cose non ne parlava mai. Ma si vedeva benissimo che lui e i metalli si conoscevano bene. Tagliava, ribatteva, saldava di continuo. Costruiva scaffalature, personalizzava i tappi a "macchinetta" delle bottiglie di vino. Lavorava la piattina di banda stagnata e poi con un bulino apponeva il suo nome.
Ne ho ancora tante, così.
"Per ricordarvi di me quando non ci sarò più..." diceva.
"Cazzo dici, nonno... sei giovane..."
Invece aveva ragione lui. Con l'Unità sempre in mano, mi parlava di Berlinguer, Ingrao eccetera, ma erano nomi con troppe erre e io la erre non la pronunciavo ancora bene.
Ieri io e Rocco facevamo un quadro a tinte fosche della vicenda, come siamo abituati a fare su tutto, ormai da tempo. Lui mi diceva della sua convinzione che alla fine nessuno dei veri responsabili pagherà per questa strage.
Che compreranno le denunce dei famigliari delle vittime e dei feriti, quelli che avranno bisogno di cure per tutta la vita e non torneranno mai uguali a prima. Li ricopriranno di milioni di euro. Hanno figli piccoli da sfamare, mangiare è la prima cosa. Chi potrebbe biasimarli? E loro, per salvare il culo, ne compreranno a peso d'oro il silenzio.
Mi diceva che turni così massacranti dovevano per forza essere concordati a livello sindacale d'impianto e che alla fine la colpa sarà solo degli operai, che per vivere e avere un salario decente "volevano lavorare di più".
Intanto, poi, ci sarà la solita becera corsa a pararsi il sedere con le mani, e quelli liberi, da penetrare a dovere, rimarranno sempre gli ultimi della catena.
Lo stavo a sentire e non mi veniva di dargli torto.
Non leggerò nè ascolterò più nulla di questa vicenda.
L'unica cosa che vorrei è conoscere di persona l'operaio Boccuzzi. Quel ragazzo
 con la fronte bruciata, unico superstite della Linea Cinque, che sa parlare così bene alla gente e non ha paura delle telecamere. Quello che, qualcuno dice, sta cavalcando il suo momento di celebrità, perchè in fondo dei sassolini da togliere dalle scarpe non frega un cazzo a nessuno.
Sì, proprio lui: vorrei conoscerlo e parlarci di persona.
Sarebbe l'unico modo per avere un pò di Verità.

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10/12/2007

Immag008

Mattina presto.

Odore di caffè.

Sole già caldo, dopo la pioggia e l’umidità della notte, rimasta a far palpebra dentro le ossa.

Tutto intorno è pozzanghera, in lei si riflette il mondo.

Cammino. Altri camminano, per una volta non affaccendati. Gente che non deve fare un bel niente, oggi festivo.

Passo dopo passo, la strada bagnata sembra il cielo, i rumori ovattati imitano la vita, fioca, intermittente.

Oltre la ferrovia c’è il mare, piatto. In pochi minuti si sta in maniche di camicia, nonostante la stagione grama abbia ormai scheletrito ogni cosa.

Qui da solo, quella gente che lotta per vivere sembra così lontana, ma li porto nel cuore ogni istante. Del resto non si può essere costantemente presenti a sé stessi, dentro la notizia, puntuali, spaccare il secondo, arrivare prima dell’impatto al suolo del meteorite. Facendo coppino con le mani bisunte sulla zucca della gente, che non stia male nessuno: a volte è semplice e bello staccare la spina.

Dimenticare che ci manca niente ma ci manca tutto. Che abbiamo brandelli di tecnologia tascabile accessibile a low-cost, la quale non esattamente ci fa progredire.

Che, finita l’era dell’utilitarismo, del “se serve oggi, serve anche domani”, vorremmo ancora cose migliori.

E non mi vado bene o, meglio, solo a tratti: sono come quei gatti compressi dal destino, che vanno quatti quatti sbattendosi il belino.

Sfidano le sirene, sniffano la rugiada che, vada come vada almeno lune piene e ossa da mangiare, circuiti dove correre e mici da sfamare.

Appiccicati al ponte, guardar le stelle scorrere la notte sopra il monte.

Mi vengono filastrocche in rima, stornelli mezzi sbilenchi e con metrica “alla belin di cane”, come quelli che invento per rabbonire Attila il Devastatore.

Ma i gatti non lavorano in fonderia e non gli viene addosso l’olio incandescente. E non fanno nemmeno i mercenari al soldo del padrone in qualche sperduta e amena zona off-limits.

A loro pensano gli scooter e i trentacinque barrati, che non sanno mica il codice della strada, poverelli.

E nessun vigile arriva, col lampeggiante acceso, a fare la sagoma bianca col gesso sull’asfalto.

Mentre rimango lì assorto come un babbeo arriva un randagio marroncino, il quale mi guarda strambo e posa un galùscio maleodorante proprio accanto ai miei piedi.

Poi, nel tentativo di ricoprirlo di sabbia, ne spande l’olezzo attorno in maniera ripugnante.

Mi alzo dalla sedia in plastica verde, infilo il giornale nella tasca posteriore delle braghe, come i vecchi tossici e me ne torno a casa.

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04/12/2007

Immag033

Da quanto sarà qui nel vicolo?
Dieci? quindici anni?
Calcolando che è un mezzo di fine anni settanta, saranno diversi anni che è qui abbandonato.
manopole e particolari in plastica o tessuto sono andati deteriorati, ma il resto c'è tutto.
e ora non si dica che al Molo fregano i pezzi alle moto.... è una mussa bell'e buona!
Questa foto, venuta anche abbastanza male, è il ricordo di una bella serata e di chi era con me.
Un giovedì sera dal vento gelido, Nero d'Avola a ufo e barattolini da omogeneizzato ripieni di salsine strane.
Odore di fritto persistente nei vestiti.
Persone, intorno.

 

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03/12/2007

Immag031

Il ricordo più antico: uno zero in condotta vergato a biro rossa, sul diario, cui avevo disegnato occhi, bocca e pipa anziché farlo firmare ai miei. Ma mi veniva da piangere e sentivo il naso colare.

Non ce la facevo.

Non mi riusciva proprio di rimanere concentrato a lungo.

Qualsiasi cosa mi fornisse una boccata d’ossigeno momentanea, era ben accetta.
Andare a cancellare la lavagna.

Svuotare le “bic” e farne cerbottane.
Correre a perdifiato per i corridoi, terminando in presidenza appeso per un orecchio, gambe tremanti e culo a prova di spillo.

Quegli stessi che, anni dopo, pulivo in lungo e in largo, con lo spazzolone gigante, la fascetta “alla Caniggia” per tenere i capelli e i Nirvana nelle cuffiette.

Che quant’erano incazzati, quelli lì. E tutti gli altri di Seattle, erano incazzati a bestia.

Ciao, bidello, mi dice ancor oggi qualche ragazzo ormai universitario.

Il più studioso dei delinquenti, il più delinquente dei secchioni.

-allora chi va a prendere il tabellone dei Metalli e dei Metalloidi giù in laboratorio?

-io e Sandrino, prof.

-ehi, ragazzi, ci sono anch’io…

fa il Moro dal fondo dell’aula.

-certo, ci sei anche tu. Lo Stronzio!

Mentre Claudio passa la giornata a fabbricare grossi funghi col pongo, li posa per terra e ci parla.

E gli altri scatenati in palestra, arrampicarsi sulle funi e sulle rastrelliere a muro, darsi mazzate incredibili dietro ai materassoni per il salto alla cavallina. Dopo cinque minuti si fa pace, tutti amici come prima, soltanto qualche livido e colletti stropicciati. Socchiudo gli occhi e mi sembra ancora di vederli.

L’appartamento di Toni il custode, a pian terreno. Strategico per controllare che non riducessimo i cessi a un letamaio. Tra l’altro lui era lentissimo e lo fregavamo sempre.

La biblio, in mansarda. Il Pedro che la gestiva, il suo mazzo di vinili dai bordi sdruciti, sotto l’ascella:

-vieni qui che ti faccio sentire i Dìp Pàrpol.

Quella bella ragazza del paese vicino, ai Giochi della Gioventù, in terza media, non l’avevo mai vista, nemmeno quando viaggiavamo in autostop il pomeriggio, così, per ammazzare il tempo.

Aveva occhi scuri, truccati, brillantini sulla faccia e un odore di buono.

La baciai sulla guancia, dietro il tendone, mentre proiettavano le diapo delle attività svolte durante l’anno scolastico. Un’estate da sognare e tanti progetti nella testa.

Poi non la rividi più, chissà dov’è ora.

Demoliscono

L’uomo della ruspa canticchia una vecchia canzone di Nick Cave: ogni cosa bella deve morire.

Al posto di un edificio vetusto e fuori norma ci verranno tre palazzine nuove di pacca, da qui a poco.

I ricordi, quelli, non vanno mai fuori norma.

Anche senza un posto preciso dove riporli.

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