31/01/2008

Mauro, anni trentacinque.

Ma a volte se ne sente novantasei, a volte dodici.

Smilzo, alto e con lunghi riccioli neri sul cranio, tenuti assieme da uno strano copricapo umbonato, intessuto in cotone coi colori della Giamaica.

Proprio quel particolare gli ha fatto guadagnare lo strano soprannome.

Mauro vive in un piccolo trilocale sul fiume, in una delegazione del Ponente Genovese, una specie di “volume aggiunto” ad un grande e fatiscente edificio fine ottocento.

Probabilmente una ex bottega od officina dismessa, con un giardino carrabile sufficiente a farci vivere Pietro, tranquillo cane spinone preso al canile municipale, qualche pianta di basilico, come da tradizione, e di marijuana, anch’essa tradizionale, ben dissimulata tra la selva di pomodori e fagiolini rampicanti.
Possiede una Moto Guzzi del settantotto che ha interamente verniciato in nero opaco. La sera la parcheggia in salotto, per non farle prendere l’umido.
Riscalda a legna, per risparmiare, utilizzando il Fiorino della ditta per cui lavora a mille euro al mese, il sabato mattina, giorno delle consegne.

Fanno accessori per navi. Ci lavora da sedici anni, è stato assunto come lucidatore esattamente un mese dopo il diploma di Scuola Alberghiera.

Il padrone conosce i suoi giri  e non gli dice niente.

La collina alle sue spalle, devastata da un incendio due anni or sono, è fonte inesauribile di pini bruciacchiati, marciti in piedi ed abbattuti dal vento, basta portarsi un seghetto a mano, andare su all’alba e cercare di non farsi beccare dalle Guardie Ecologiche.

Poi ripulire accuratamente il furgone e caricare i pezzi da consegnare.

Verso mare ha davanti agli occhi l’insegna gialla di un distributore, piantato sulla litoranea. Oltre di essa c’è la ferrovia e oltre ancora il Canale di Calma. Il porto, all’orizzonte, chiude del tutto la visuale con le sue gru, i carri ponte e le cataste di contenitori colorati.

Il suo mutuo è cresciuto fino a trecento euro mensili e gli starà appiccicato ancora per almeno dieci anni.
Mauro è un “nuovo povero” che lotta ogni giorno per stare a galla.

In salotto, accanto al poster di Jeff Buckley, che gli ricorda di quand’era giovane, tiene una foto dei genitori e del fratello Sandro, funzionario di banca, con cui non parla da sei anni.

Ma può sempre parlare con se stesso, intanto sa comunque cosa dirsi.

 

 

 

(mi è congeniale guardare il mondo con gli occhi di Testa Di Razzo. Le “finestre sul fiume” mi sono saltate chiarissime in mente ascoltando un vecchio brano della “Rosa Tatuata”, Genovesi come me. Parlo sempre di lei perché è l’unico posto al mondo dove mi sento di rimanere. Forse TDR meriterebbe un blog apposito, che cose da dire ne ha parecchie. Vedremo.)
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26/01/2008

Alle fronde di un olmo, per scommessa, appendemmo i nostri maroni.

 

U Barba Pinìn stava sempre seduto nel déhors dell’Osteria Teresa.
I padroni si lamentavano che occupava un posto senza mai consumare, se non un caffè corretto sambuca, la mattina.
Che leggeva il Secolo e il Lavoro, lasciati sui tavolini, a disposizione dei clienti e poi se li imboscava in una delle mille tasche della palandrana scura.
Che fumava il sigaro, uno dei Toscani più puzzolenti della storia e la gente non gli resisteva a cinque metri, preferendo i più ergonomici sgabelli dell’adiacente Bar Claudio.

Che tossiva sempre e ogni tanto si toglieva la dentiera per controllarla e sciacquarla alla fontana. Lanciando sputacchi giallastri, fatti apposta per appiccicarsi alle intonse suole delle belle signore, in tiro per la Messa Delle Undici.

Lui guardava tutto il giorno la gente, la guardava passare, scorrere lieve ed indifferente. Nessuno sapeva cosa gli frullasse in testa.

Da quando era morta sua moglie, “a Lalla Manìn”, non parlava quasi più con nessuno.

E certi maligni dicevano che c’aveva la foto di Togliatti a casa. E addirittura il busto di Giuseppe Stalin. Ma io non l’ho mai visto. Però aveva un quadretto con i visi smunti dei suoi due fratelli, Baciccìn e Drìa, caduti nella guerra del Quindici Diciotto.

C’aveva le foto degli squadristi neri e dei compagni impiccati, non era un segreto, le teneva in testa, nell’hard disk personale. Insieme a quelle di qualcuno che gli stava poco simpatico, nei mutandoni, lato chiappe.

Per lui il buono stava di qua e il cattivo di là. Potevi discuterci per ore, ma non cavavi un ragno dal buco. Quel fascista che evitò la deportazione della zia Berta, dove lo mettiamo? Niente, l’unico fascista buono è quello morto, questo era il suo motto. Quarant’anni prima dei 99Posse.

E quel partigiano rosso, beccato a saccheggiare il granaio, che lo zio Mario punse al culo col forcone? Niente, era giovane e c’aveva fame.

Intanto, e siamo ai settanta, le Brigate Rosse fondano un loro covo nel basso Piemonte, proprio in quelle rive che lui conosceva  al millimetro.

Alla cascina Spiotta.

Io ci sono andato, lui no. E’ morto novantenne, esattamente vent’anni fa.
”Eh, fanno male, sai, ad ammazzare gente, eh, sai, belìn, io non sono mica d’accordo con quel tipo di lotta armata. Però in fondo c’hanno le loro ragioni.”

Non gli si cavava un seme di zucca dal cappello. Per lui bene e male erano strenuamente in conflitto ed infallibilmente distinti.

Come nei film di Giòn Vàine o di Clìnt Isvùd che guardava la sera, senza capirci un cazzo.

Ieri ho letto dal buon Sere, poi da Rael e Tossani, poi da Spider e altri ancora. L’ho sognato senza nemmeno evocarlo.

 

Chissà come la vedrebbe adesso. Come ci guarderebbe stranito il suo muso aguzzo di ligure montanaro, con una ruga di compassione, probabilmente.

Soggiogati da un sistema, da una classe politica senza più un “colore” definito, determinata a qualunque costo nel mantenere posizione, potere, area di influenza, privilegi. Condizionare l’andamento economico di uno stato, perpetrando in qualunque modo i propri interessi.

Una classe bieca e becera, che si rende conto dell’andazzo ma lo nega, dandoci in pasto informazione ammaestrata, giornalisti che parlano a comando come scimmiette, dati economici palesemente contraffatti.

L’economia langue perché la gente comune è alla stretta sussistenza, non investe e non consuma se non il semplice necessario. E questo in maniera molto banale, che anche i bimbi possano capire: non sono un esperto economista.

Ma chissenefrega.

Guardiamoci la pubblicità della nuova Hummer, và…

E che ve possino, a tutti.
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20/01/2008

forni_sud

Il cubo in mattoni dello spogliatoio osserva le nubi, con enormi occhi vetrati rivolti a ponente.
In piedi, col muso alla finestra, vedo solo cielo.
Dentellatura irregolare di profili diseguali. Sagome di edifici, tralicci d'alta tensione, alberi spelacchiati lo delimitano in basso, forgiando un piede d'appoggio nero e sicuro.
Pentagramma di fili elettrici lo stria e finalmente le vedo, note dai contorni incerti, viaggiare veloci verso il mare.
Non possono stare qui, devono andare altrove.
Qualcuno le attende per farle vorticare, scomporle, scioglierle in lacrime di sollievo.
Non posso stare qui: a quest'ora dovrei già essere altrove, questa non è la mia casa.
Percepisco soltanto sgomento nel cielo chiaro, percorso da nubi a rotta di collo.
Nelle regole della terra tutto il sordo dolore del mondo.
E' sabato: devo andare via.

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17/01/2008

Tredici e trentacinque.
Entro nell'aula e saluto educatamente.
Maestra Arterios è seduta alla scrivania, nullafacente.
Maestra Psycho è appoggiata allo stipite della porta, in piena fase autistica.
I bimbi sono tutti seduti ai tavolini e colorano disegni prestampati.
Concentratissimo sul lavoro, Attila d'un tratto mi vede e mi corre incontro, dicendo:
"papà, guarda che bravo che sono, ho colorato tutto!"
Guardo il disegno. Sembra uno scroto rinsecchito con un membro avvizzito attaccato sopra.
Lo giro: è un angelo.
Mi si para dinanzi una ragazza sui venticinque:
"piacere sono Maria Pia, la Maestra di Religione" mi dice, stringendomi la mano.
"ah, non sapevo fosse obbligatoria..." le faccio, con un sorriso simil-paresi.
Interviene Arterios: "ma è un insegnamento blando, non si preoccupi..."
"va bene, ma preferirei dare a mio figlio una educazione il più possibile laica. Poi, quando avrà l'età per capire, farà le sue scelte in materia." rispondo, un po' piccato. "non è una cosa bella che i bimbi vengano intortati di belinate già a tre anni, abbiamo Bagnasco in tv ogni giorno a far propaganda."
"ma la religione viene insegnata attraverso favole e canzoncine, non studiata nel vero senso!!!"
"ah, bello, faccio una fatica boia ad insegnargli i brani dei Marlene Kuntz e voi rovinate così il mio lavoro..."
"ma se è qui, allora vuol dire che avete firmato per l'insegnamento della religione cattolica....."
"belin, impossibile!"
Arterios e Psycho scartabellano nell'archivio e giungono raggianti con il nostro foglio d'iscrizione. Dove, nella casella Religione Cattolica c'è una croce enorme e sotto, altrettanto enorme, la mia firma.
Estraggo di scatto il cellulare:
"ehi, Feld, hai putacaso messo tu la crocetta sulla casella religione nel certificato d'iscrizione?"
"bhò, forse si, mi è SCAPPATA senza rifletterci..."
riattacco meditando pulizie etniche.
Nel frattempo, Arterios l'Integralista non demorde:
"ma lei si rende conto dell'esperienza meravigliosa che lei nega a suo figlio? è crudele!"
"parli per lei... a me sembra una esperienza discutibile in senso assoluto e comunque completamente superflua se impartita ad un bimbo di tre anni!!!!!"
Interviene Psycho, ridestatasi dal torpore.
"va bene, ma potete anche cambiare idea, non c'è problema. In tal caso il giovedì all'una e mezza ve lo portate a casa. Se invece rimane iscritto, basta che voi lo lasciate il giovedì pomeriggio e non lo ritiriate prima, in modo da permettergli di frequentare."

lungo le scale, Attila per manina, nell'altra il cellulare, esseemmeesse:
"Marina debbo parlarti, siamo in mano ai Teo-Con.  Oregina Agnostika"


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14/01/2008

Anni fa io e una mia cara amica, che chiamerò convenzionalmente Maria, ci eravamo reciprocamente costretti ad andare a correre al Righi, considerata la nostra scadente tonicità muscolare.
Si saliva su fino allo "spiazzo dove atterra l'elicottero" con i nostri mezzi, lei con la sua vespetta "blu pervinca" e io con l'austero e funzionale Feldskooter, ci si toglieva l'elmetto, l'antivento leggera, le braghe della tuta e si riponevano nei bauletti.
Poi si iniziava a corricchiare svogliatamente, parlando del più e del meno, finchè il fiatone ce lo consentiva.
Tempo pochi minuti si rimaneva muti, rossissimi in volto e con la lingua paonazza a penzoloni di lato.
Fino al momento in cui lei diceva:
"scolta, facciamo due-trecento metri di passo, che siam poco allenati e non giova forzare il ritmo"
Sicchè di passo si proseguiva, giungendo alla Baracchetta ormai al tramonto, girandole attorno e percorrendo il tragitto inverso all'imbrunire.
Ad un chilometro circa dal traguardo, cielo ormai notturno, città ad estendersi vivida all'orizzonte, il sentiero fa un'ampia ansa e si immerge in un boschetto di pini ricurvi, fiaccati dal maestrale e dai frequenti incendi.
Lì si può udire il sinistro cigolìo di una porta dai cardini poco lubrificati, che si apre e si chiude, sbattendo, ovviamente originato dal vento che flette gli stanchi e tortuosi rami, prossimi a spezzarsi.
Ma per Maria trattavasi di una porta cosmica dimensionale, una sorta di varco che, se individuato, poteva proiettarci in un'altra dimensione, senza più ritorno.
Rabbrividendo tornavamo senza parlare ai motorini ed ogni sera era la stessa scena.
Fino a quando abbiamo smesso di andare a correre, dimenticandocene.

Stasera io ne vorrei una proprio qui dietro al divano.
Lo sposto e ci trovo soltanto modellini di auto e altre carabattole, significative del passaggio di Attila.
Peccato, mi serviva...

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10/01/2008

Dal telegiornale scopro che a Napoli solo il 6% degli abitanti fa la raccolta differenziata.
A Bolzano invece il 98%: se butti il dentino di plastica bianca, che tiene unite le coppie di calzini nuovi, nel bidone dei rifiuti organici, esce da dietro una guardia ecologica che dice:
- Kwa okkorre prozedere all'impikkagione!
Io la faccio dal 98, quando sono venuto ad abitare a O'Queen, nonostante il primo bidone sia a 250 metri calcolati col contapassi.
E' una sorta di droga che ti prende e poi non ti molla più. Sono sempre in contrasto dialettico con un amico che non la fa perchè dice che poi su alla discarica di Scarpino rimettono tutti i vari tipi di rumenta assieme e che l'ha visto coi suoi occhi. Che tutte ste campane servono solo per avere contributi statali sui rifiuti selezionati e, una volta pesati e compilato il modulo di scarico, si possono di nuovo imbelinare tutti assieme.
Ma io mica ci credo. No, le cose non vanno così.
Fattostà che se bevo una Ceres in ufficio, dove esistono solo cestini per la carta, il vetro me lo metto nello zaino e lo camallo fino alla prima campana che incontro lungo il mio percorso verso casa.
Faccio il tagliando alla macchina o alla moto e l'olio sostituito lo porto all'Oasi Ecologica che sta proprio sotto il Ponte di Brooklyn. Lui, sballottato dal viaggio, mi dice:
- O belin, non vedi che sono già esausto di mio, cazzo mi porti in giro per la città??
Ma io sono inflessibile. Vado dritto al fusto del Consorzio Olii Esausti e lo vuoto lì.
L'altra sera ero sovrappensiero e ho gettato per errore una bottiglietta di plastica nella campana del cartone: mi sembrava di aver bruciato con l'accendino un gormito ad un bimbo. Di aver sparato sulla Croce Rossa o bombardato un campo profughi.
Ho provato ad infilare il braccino, ma era appena stata svuotata e nemmeno l'Uomo Gomma ci sarebbe riuscito.
Allora l'ho presa per un lato ed ho cercato di inclinarla. Ce l'avevo quasi fatta quando si è fermato un vigile in motorino (a Genova ce n'è uno ogni 6 residenti) e mi ha detto:
- Lei che cazzo fa? se non la smette subito la segnalo per danneggiamenti!
Allora io gli ho spiegato l'accaduto, con dovizia di particolari, lui è risalito sul mezzo e se n'è andato via, con una faccia assai perplessa.

Tra qualche anno avremo dei bellissimi centri di recupero per tossici da separazione di rumente.

 

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10/01/2008

Thé alla vaniglia macchiato leggermente col latte di una vacca sconosciuta, comunque non sacra. 
Una bella incognita, non può assumere latte o derivati per via della dissenteria e lui si nutre prevalentemente di latte. Gli piacerà l'intruglio? Vediamo.
Gli piace. Yeeee... grosso probema di meno.
Siamo in due a immergere biscotti nella brodaglia: io li inzuppo interi, lui mi chiede se glieli spezzo in 4 parti simmetriche ed equipollenti.
Colora una macchinina di plastica gialla coi pennarelli lavabili, mentre mangia.
E' già tutto a chiazze come un alieno. Ha il naso blu e anche un po' marrone. Le mani gialle.
Dovrò immergerlo in acqua, assai presto.
Questo è il mio unico giorno libero da impegni lavorativi, in settimana.
Mi hanno chiamato per consegnare il certificato di avvenuta vaccinazione antitetanica, ma non ci posso andare.
Ho un treno ogni giorno per recarmi da qualsiasi parte, ma non mi muovo più.
Guardiamo un programma di videoclip a rotazione.
Ci sono i Radiohead con caschetti infortunistici stile manovratori della RENFE. In bianco e nero e tristi.
Poi la cantante dei Lacuna Coil, vestita nero gothic, fa un sacco di atti con le mani e smorfie strane mentre canta.
Brandon degli Incubus tatuato fino alle gengive, alle prese con una ragazza letargica, cogli occhi sbarrati a bordo strada.
Damien Rice gira per il quartiere con la testa di una donna attaccata a un filo, a mò di palloncino. Un palloncino che canta. Macabro.
Io non sono sicuro che 'ste cose facciano bene. Oggi sono proibizionista. La TV si riaccende alle 17.30.
Salto anche il TG3 delle 14.00, per solidarietà.
I cuccioli dovrebbero giocare in strada, fare esperienze, tornare a casa sporchi di fango e polvere e con la faccia tutta nera di ditate, come quando ti gratti il naso con le mani zozze.
Non guardare programmi TV, videoclip, giocare alla play.
Al limite un film a cartoni intelligente in DVD, ma solo 3 o 4 volte la settimana.

Che dite, è proprio cambiato tutto, neh?

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