28/06/2008

margherite small

..........................con tutto il resto già in agguato.

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27/06/2008

cena small

Sono le 23.30.
Come lì.
Il fuso orario è lo stesso.
Ho di fronte un paio di bottiglie deformate dalla cera.
Due candele illuminano fioche il piccolo locale a piano terra.
Silenzio.
Dalla finestra malandata, coi vetri rifatti in plexiglass rigido, guardo il fuori.
Il profilo dentato delle montagne.
Che non sono, ma sembrano.
Rilievi scabri e taglienti come le facce della gente di qua. Come la mia faccia.
Ogni tanto una formica o altra bestiola autoctona cammina sul mio piede scalzo, o sulla gamba.
Calma irreale. Fa quasi male ai timpani.
Disabituato a ciò, osservo la stellata vivida e uniforme sopra la mia testa.
Non ricordo di averne viste d'eguali. O forse da bambino, a casa di mio nonno, quando non volevo mai rientrare la sera.
La fascia nera della terra, punteggiata da migliaia di lucciole.
Trasposizone intermittente dello spicchio di cielo.
Esco, indossando la lampada a led, sulla fronte.
In fondo al grande prato, sotto il pruno dai contorni irregolari, brilla tra l'erba qualcosa di luminescente, quasi fosse un bivacco umano.
Estraggo il coltello, comprato anni fa a Toledo, che non si sa mai.
Mi dirigo, seguendo il sentiero che lo costeggia, con massima circospezione, quasi certo che nessuno verrebbe mai a metter tenda qui, per di più in un giorno infrasettimanale.
Nulla d'umano, infatti.

Sono occhi.
Una selva d'occhi, ferma ad osservarmi.
Avvicinandomi li distinguo, paio a paio. Non ho paura, il silenzio bestiale mi infonde coraggio.
Improvvisamente, senza emettere suoni, partono a razzo, in gruppo, tagliando il prato in diagonale e disperdendosi nella boscaglia, con una accelerazione degna di una R1 ultimo modello.
Daini o caprioli.
Rientro.
Dispongo il sacco a pelo sul vecchio materasso, dopo averlo coperto con un telo di plastica isolante.
Oriento la rete ad ovest, per non ricevere la luce dell'alba sulla faccia.
In lontananza li sento latrare, lugubri.
Sono un intruso e faccio in modo di dar fastidio il meno possibile.
Scendo nuovamente a piano terra, per prendere la bottiglia d'acqua ed il libro che sto leggendo e trovo un inaspettato ospite. O forse sono ospite suo.
Me lo vedo lì, intento a ravanare tra le mie cose.
Non fugge subito.
Ha una coda enorme e folta e un muso che sembra dirmi:
"ora che sei venuto a rompermi il belino fin qui, fammi almeno dare un'occhiata alle tue mercanzie, se c'è qualcosa che mi può servire..."
E' un ghiro.
Fugge.
Appendo le mie cose ad un grosso chiodo, su una delle travi dell'orditura.
Mezzanotte e mezza.
Ho sonno.

La temperatura esterna non supera i 15 gradi, ma dentro è decente: merito dello spesso muro in pietra.
Nel sacco a pelo si suda e non riesco a prender sonno, c'è troppo silenzio.
Ho portato il lettore, giurando di non usarlo.
Metto su Islands, uno tra i miei preferiti, tra gli album dei King Crimson e in generale.
Rifletto:
L'uomo ha cercato nel corso dei millenni ripari sempre più evoluti. Poi ha imparato a costruirseli. Queste case avranno due o trecento anni, all'incirca, ma forse anche qualcuno in più.
Egli è ormai inadatto a vivere là fuori, alla "chiarina".
Le bestie hanno folte pellicce e sistemi termoregolatori efficienti.
L'uomo ha ripari sicuri.
Siamo uguali, in fondo.
Ed è bello tornare bambino, ogni volta, come se a seguire ragionamenti complessi si perdessero di vista quelli più elementari:

gli unici che valgono sempre.

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24/06/2008

Domani partirò per un posto.
Sarà doverosamente una faccenda breve, legato come sono (e siamo), ad una serie di affetti e (purtroppo) obblighi.
Inutile dire che ci tengo molto. Ho stressato il mondo per ottenerlo.
In poco tempo ritengo aver la possibilità di capire molto, in generale ma anche riguardo me stesso, ed è quindi una esigenza di comprensione, più che un temporaneo esilio volontario.
La portata di ogni accadimento assume contorni esatti, nel momento in cui ci si trova in un luogo remoto, facendo affidamento esclusivamente sulle proprie forze.
Lasciando a casa anche il cellulare,  zavorra inutile.
Verso il nulla si parte leggeri.
Ma è un nulla in cui c'è tutto. C'è la natura. Dòmina e tu le devi obbedire.

Non ti dà nulla, ma nemmeno ti chiede qualcosa in cambio.

Ci sono suoni che troppo spesso dimentico.
Sovrastano tutto.
C'è un silenzio assordante.
E, soprattutto, quel luogo rimarrà lì, coi suoi ritmi immutabili, nei secoli.
Una esperienza indefinitamente replicabile nel tempo.
La cruda verità è che a vent'anni, venticinque uno ha già capito tutto.
E, proseguendo, acquisendo esperienze anche molto importanti e formative, può essere che ne perda di altre.
Fondamentali.

Non ci si può obbligare ad essere felici, ma differenti sì.

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10/06/2008

qui è tutto finto.

le assi del palco, la quinta scorrevole in cartone variopinto.

le sagome in cartongesso dei figuranti.

gli strumenti d'orchestra

belli ma inutili

stampati d'infima plastica verniciata, non emetteranno mai una sola nota.

(c'è un mangianastri, dietro, sì che lo sai...)

cosa rimane, allora?

un bosco zeppo di falene impazzite

a cui qualche figlio di puttana ha spento il lampione.

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05/06/2008

Tengo un sacco di ferraglia, che non serve a nulla.
Tubi rugginosi, sottratti da una catasta in previsione di futuri ponteggi, danno un tocco magico al capanno degli attrezzi. 
Vecchia zanzariera, che ha fatto il suo tempo ma "può ancora venire bene". E' subito lì, dietro alla porta. Sembra guardarmi.
- Ehi, hai deciso cosa fare di me?
Sacchi di cemento ed argilla espansa.
Bottiglie comprate in società con Highlander, prima che cessasse la voglia di travasar damigiane. Peraltro quasi subito. Perlomeno a me.
(in realtà, per onor di cronaca, io più che altro assaggiavo.)
Vecchie piastrelle da cesso, bianchiccie e con un fiorellino blu nel mezzo, metodicamente impilate, perchè tengono meno spazio eppoi non si sa mai.
Bicicletta consunta, trovata in un vicolo col cerchione sghembo, alla quale Mr. Jones si propone periodicamente di ridare dignità, senza trovarne mai il tempo.
Un libro di vecchi regolamenti e normative, raccattato in uno stanzino buio, smurato in occasione di una rilottizzazone edilizia.
Non so farlo rivivere, tanto vale ucciderlo. Arderlo in giardino in una giornata di sole, guardare il fumo salire lungo il profilo del cornicione, scostare per un attimo il volo radente dei gabbiani.
E' questo il nocciolo.
Non so privarmi di loro. Trovo mille scuse, mille ipotesi alternative di utilizzi futuri.
La mia diventerà una psicosi, a lungo andare. Se non lo è già.
Mi sovviene un poggiolo al piano rialzato, in una via secondaria di un quartiere decentrato.
Uno di quelli con la scaletta a scendere.
Il classico retro, sempre in ombra, pieno zeppo di rumente a vario titolo custodite.
Inclusi un fascione in plasticaccia greve, appartenuto ad una 126 e una portiera di "centoventotto sport".
Gialla.
Neri i vetri, marce le assicelle delle persiane.
Un groviglio di gechi, polvere e parietaria.
Ci abitava un tossico, mi disse Sergio, lui lo conosceva.
E' morto qualche anno fa. Il suo giardino è un intrico di rampicanti ed erbacce altissime, dove solo i gatti vanno a giocare.
Il non ritorno. Così diverso dal contrario etimologico della parola ritorno. Così pieno di sfaccettature, di particolari inconsueti, di emozioni relegate al passato.
Da chiudere bene in uno scatolone di carta e riporli da qualche parte.
Magari sul terrazzino di un povero cristo sconosciuto.
Stiparli nel bauletto dello scooter e portarceli. Scavalcare la rete metallica, farsi largo col macete tra gli erbaccioni, salire i gradini al barlume fioco di un'alba qualunque.
Metterli proprio lì: accanto alla gialla portiera staranno d'incanto. Avvolti dalla scanigèa, a tenergli caldo.
Oppure, evitando sbattimenti dal significato poco cristallino, riporli nel capanno.
Fino al giorno in cui, in un impeto di istinto razionalizzatore, getterò via tutto.
Ne farò una macchina piena e andrò all'Oasi Ecologica, che sono un buon cittadino, io.
Lo pulirò e ridipingerò di un bell'arancione sgargiante, a fare il paio col tavolo dell'ikea.

Lì dentro, affrancatomi da tutto, andrò a meditare sui massimi sistemi.
Troverò posto per gli scarponi da trekking, la mountain bike e le varie tute da ginnastica.
Le bottiglie di vino, comprate già fatte, la collezione di Diabolik che da sola tiene mezzo scaffale in salotto, spaccando alquanto i maroni.
E, finalmente, sarò felice.

 

Idea venutami nel giardino di questa persona qui, parlando con quest'altra persona qui. Due persone da tenere d'occhio...

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