Senza parole aggancio la mia strada, rotolandomi nell'odore d'asfalto appena piovuto, divorando con zucchero e cacao il gusto dolciastro dell'aria di neve che si sente fin qui. Il suo sapore di distillato artigianale, sempre fresco e vitale, fuori dalla bolla di smog della Grande Pera.
Senza parole come ogni anno in questa stagione, contrapporre il mio angolino confortevole - il mio tubo di ghisa foderato di stoffe damascate - a tutto il bailamme inutile e decadente, qui attorno.
Pre-catastrofe:
Ho così bisogno di rimanerne fuori, stanotte è solo un giro su me stesso, abbastanza lungo da riportarmi a capo. Ho così bisogno di affondarci dentro fino a rimanerne sbigottito.
Luminarie, auto veloci, cani a guinzaglio, l'autobus delle cinque e trenta spara una zaffata di gasolio incombusto sulle facce tirate dei poveri pellegrini a cui non garba vivere, perchè lo hanno fatto troppo o troppo poco, quelli che non sono mai contenti, quelli che hanno una casa un lavoro un cane e un peluche a forma di cicogna che penzola impiccato dall'ultimo ripiano della scrivania.
Quelli come Teresa, lei che ogni giorno alle sedici e trenta svicola a zig zag tra le sagome porcellanate delle madri in attesa nel grande cortile, abili matrioske farcite di buone maniere e consigli utili, persa nel suo delirio alcoolico. Ad ogni sterzata pare cadere, ma una mano celeste con un buffetto solleva i suoi quaranta chili e la rizza in piedi,
slalom sbilenco che riempie i polmoni di un odio non indirizzabile che ad un concetto vacuo d'umanità: ti metterà davanti alla tele, col sacchetto dei tuoi croccantini preferiti e continuerà a bere, poi alle sette sbatterà qualcosa di surgelato nel microonde e quella sarà la tua cena. Oggi come ieri, un giorno identico all'altro. Crescerai in quella bolla standard.
Fino a quando sarai grande abbastanza per ribellarti.




