28/02/2009

forni_sud

Da qualche parte ognuno deve pur guardare.
Che sia davanti a sè oppure alle spalle poco importa, nell'urgenza dell'atto.
Ma importa nella valutazione di una innata predisposizione personale che pare assai fondamentale ad un certo stuolo di psicologi da quattro soldi col gusto della facile verità.
Poi uno può sempre scegliere di cavarsi gli occhi o, senza scadere nello splatter più bieco, di calarsi in testa un sacchetto nero, tipo quelli della rumenta.
Con due soli buchi all'altezza delle narici per respirare.
Come se già così non valesse un soffocamento.

Di solito guardo avanti.
Altrimenti finirei fuori strada, considerando che amo guidare veloce.
Negli specchietti retrovisori vedo le mie spalle, inconveniente tipico dei motocicli sportivi.
Per vedere chi mi "fa i fari" in autostrada devo leggermente sporgere il casco rispetto al cono di protezione del cupolino.

E invece no.

Passata la metà d'una vita di maschio italiano standard, la testa volge dietro.
Perverso meccanismo del capire chi siamo dal dove veniamo.
I mutamenti. Il divenire. L'evolversi o l'involversi: forse questa tramontana del belino sposta anche un po' tutti noi, non trovate?
E allora dagliela col passato non serve.
E dagliela con le pagine pesanti che svolti e chiudi e poi non riesci più a farci leva con l'unghietta per vedere che cosa ci avevi scritto.
E magari ti interessava proprio quello... oddìo come ti interessava... e quanto tempo a struggersi.
Questo sì, tempo inutile buttato alle ortiche che prolifererebbero anche in un cucchiaio di terriccio e starebbero bene, spettinate e frondose.
Ma quanti si ostinano nel dar loro in pasto, quasi in suffragio, porzioni di tempo irripetibile e lontano da una data di scadenza comunque sovrastimata.

Da questa mia finestra non vedo il mare perchè è celato dai dieci piani del palazzo di Angel Face.
Ma vedo un'ampia porzione di cielo. In quest'ultimo scorcio di vita ho osservato soprattutto nuvole.
La tramontana le spinge giù verso la Lanterna, poi il vento a metà giornata "gira" e le riporta su verso il Righi. Le contorce, sfilaccia, amalgama. 
Sono sempre loro, ma mai uguali.
Avanti e 'ndré, tutto il giorno.
Senza paura.

Voglio essere così.

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24/02/2009

La faccia sorridente di una donna bellissima sul marciapiede lurido di una stazione di Mumbai.
Quella stessa donna, mesi o anni dopo non importa, i suoi lineamenti fermi intravisti attraverso lo scorrere di un treno.
La faccia di un tipo strafatto in fuga, poggiato a due mani per un istante sul cofano di un ignaro automobilista. L'espressione distorta d'un ghigno.
E un altro treno scorre, la banchina piantata in mezzo al nulla, quattro tossici saltano giù.
Sullo sfondo un brullo paesaggio scozzese.

Chi conosce i segreti delle facce e lo scorrere dei treni, ha capito tutto. O almeno una buona parte.

Ma non sono io.

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07/02/2009

Mezza italia non arriva a fine mese e il Nano fa il decreto sul caso Englaro. Schif-ani fa di tutto per accelerarne l'iter burocratico.
Nel frattempo il presidente operaio (di sto coppolino di fava) si incazza con Napo Orso Capo che non glielo firma, dandogli dello statalista e del becchino, come fossero cugggini e stessero scolandosi un paio di Ceres al Bar Riviera parlando della Samp e del Genoa.
E poi, amaris in fundo, parla anche Bagnasco. Che nel perdere occasioni per starsene muto è recordman mondiale in carica.
Nel frattempo Saccodipulci manda i suoi ispettori a controllare la clinica di Udine.
Adesso stanno interrogando i pesci santi scovati negli angoli del magazzino, domani se smette di piovere faranno lo stesso coi gechi che abitano sotto la gronda del nasocomio.
(avete presente quanto gira il belino a un geco se lo svegliate dal letargo?? Un moulinex...)

E nel frattempo l'indice di gradimento del Nano svetta al 60%. E Capezzolone non manca ogni giorno di tesser le lodi dell'executivo.
(anche se fosse rapportato alla sola popolazione di Arcore, il dato farebbe riflettere lo stesso.)
Poi dicono, ok, l'opposizione è di pongo o ben che vada di balsa. Non è che ci sia da stare allegri. L'unico un po' più duro è Antonio il Truzzo, ma è solo rédeno per la sciatica. Poi gli passa.

E allora io voglio essere triste. E anche maleducato. Eccheccazzo.

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04/02/2009

128 coupé

A quattro anni mio figlio paciuga tutto il giorno con la plastilina e crea ogni sorta di animale o mostricciattolo visto nei cartoons al DVD. Oppure si impalla coi Lego e non lo stacchi più. Quando fa bello si va al Righi ed è una gran festa, ma in questo lungo inverno si rimane per lo più "indoor", salvo le domeniche sulla neve, da cui torniamo entrambi con l'influenza.
Invece io a quattro anni conoscevo perfettamente tutti i modelli di auto.
La cosa è già di per sé strana, sono da sempre un grande appassionato di motocicli e considero l'auto un mezzo con "2 ruote superflue".
Mio padre aveva una 500 riverniciata di blu elettrico, prima era banalmente bianca. Lo seguivo attentamente mentre faceva le operazioni di manutenzione ordinaria nel cortile sotto casa. Lo accompagnavo quando andava al fiume a lavarla (con un pezzo di sapone da bucato che faceva sciogliere in un secchio d'acqua).
Adesso prenderebbe una multa solo nel scendere sul greto. E per il lavaggio c'è direttamente la corte marziale. Cosa giusta, peraltro. Gli shampoo per auto sono zeppi di tensioattivi non biodegradabili. Il sapone marsiglia invece no.
Il settantadue fu un anno importante: in estate mi ruppi un braccio e arrivai alla nascita di mio fratello col gesso. Poi iniziò la scuola elementare. Gigi il benzinaio, vicino di casa, ci portava la mattina sul suo "millecento D" con le portiere "ad anta". Invidiavo il suo poter guardare e toccare tutto il giorno macchine. I vestiti bisunti di idrocarburi e la scritta "agip" gialla che portava cucita sul dorso della tuta. L'accarezzare auto da sogno quasi a voler farci l'amore. Le mani sozze di grasso indelebile, esperte e rapide nel maneggiare motori ingolfati, spennellare di nafta carburatori intasati, sciacquare con soluzioni acide serbatoi arrugginiti nei quali si era formata la "craccia".
Quello avrei voluto fosse il mio futuro. il Benzinaio.
Sempre nel settantadue iniziarono i lavori per la costruzione dell'A26 e per la prima volta si videro in valle targhe diverse da quelle GE o al massimo AL quando veniva su qualche parente di Ovada.
C'erano giovani operai che scorrazzavano su belle 850 coupé targate Bergamo o Brescia oppure Trento, o ancora Teramo, Isernia. Parecchi rimasero in valle, accasandosi con ragazze del luogo e generarono a loro volta pargoli liguri con cognomi esotici, che ancora oggi vengono nominati come "u figgiu du Bergamìn" o "a figgia du Bresciàn".
Qualcuno aveva la 127, l'alfa spider "Osso di Seppia", la 124 sport oppure una delle prime A112.
Ma tra tutte le auto la mia preferita era la Fiat 128 coupé. L'aveva mio cugino Marco, celeste, con certi interni in skai nero che d'estate cuocevano la pelle. Facevo la "bava" ogni volta che veniva a trovarci e lui passava ore a spiegarmi il funzionamento, mi mostrava il motore 1300, mi faceva salire al posto di guida.
Durante i pomeriggi liberi da compiti costringevo mio nonno a portarmi al distributore di Gigi per guardare le macchine sfilare lente sotto la pensilina, delle quali conoscevo ogni dettaglio tecnico. Poi però accettavo di buon grado di assistere alle sue performances bocciofile, per par condicio e anche perchè mi regalava il ghiacciolo alla coca-cola (che ora non bevo manco sotto tortura).
Due anni dopo nacque mia sorella e mio padre comprò una Simca 1100 di seconda mano, color argento, lucida e tenuta bene che pareva nuova; nello stesso anno finalmente si decise l'acquisto di un box, che allora costavano assai meno di oggi.
Mio fratello, cresciuto in era-goldrake, era meno fanatico per quanto riguardava i veicoli a motore, almeno inizialmente, poi la passione per le due ruote contagiò anche lui. Il suo sogno era quello di diventare un Cacciatore di Squali. Mia sorella, solerte acconciatrice di barbie, avrebbe voluto diventare Parrucchiera per Modelle.
Invece l'uno lavora in una fabbrica di aerei, addetto a macchine utensili speciali che profilano parti in carbonio e leghe leggere per i profili alari dei velivoli. L'altra si occupa di contabilità aziendale presso un grande studio del centro città. E io di trasporto merci ferroviario.

A volte la vita è assai meno avventurosa di come la immaginavamo da ragazzi.

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01/02/2009

Mattinata di luglio, prossima al mezzogiorno, verso la metà degli anni Ottanta.
Io e una sconosciuta che dice di chiamarsi Maya e ha tratti somatici di cinque o sei donne che ho frequentato, ma soprattutto di una, siamo dentro la mia Panda azzurra, accaldati nonostante il tettuccio di tela aperto e arrotolato, che fa penetrare all'interno dell'abitacolo un rovente sole a picco.
Il luogo, tutt'altro che romantico, è il retro del cimitero di Molassana, situato in zona elevata e dominante rispetto al letto del Bisagno, che in quel punto scorre in una valletta strettissima.
Maya, con estrema calma e naturalezza e con ostentata maestria sta suggendo la mia estremità principale (ehehe, era per non dire zozzerìe) ed ogni tanto mugola come se le stesse accadendo qualcosa di veramente eccitante. Mentre io non faccio assolutamente nulla, non muovo un muscolo, salvo accarezzare a mano aperta la sua testata di riccioli biondi e spettinati, mentre lei scende a cingere, con le labbra umettate di saliva, l'oggetto delle sue attenzioni e poi risale lentamente lungo l'asta, con una robusta lingua che pare quella di Gene Simmons in "Kiss Alive II".
Vorrei dirle:  "coraggio, fai in fretta, ho un geyser interiore che sta solo attendendo il momento della sua candida eruzione" ma non si può, è poco etico metterle fretta eppoi non sono sicuro che lei sappia davvero cos'è un geyser. Non vorrei che mi prendesse per uno che "vò fà o'strano", giammai sia questo.
D'un tratto, stravaccato sul sedile in skai beige non ribaltabile, noto una linea più scura risalire repentinamente da Sud verso Nord e, gentilmente, convinco Maya a posticipare la suzione del delicato oggetto.
Entrambi usciamo. Nudi come vermi.
Una specie di onda gigantesca o qualcosa di simile sta risalendo la valle a velocità moderata ma costante. Nell'avvicinarsi notiamo con sgomento che il muro d'acqua è in realtà un cocktail di corpi umani shakerati e seminudi, alcuni dei quali mezzo smembrati ed altri ancora vivi e urlanti. E ci sono pure quattro o cinque dementi che fanno surf sulla sua sommità, gridando a squarciagola:
- "belin ragazzi, che stoooria..."
- "quanto sarà alta?"  fa Maya con un filo di voce, paralizzata dal terrore
- "almeno venti metri, direi..."  faccio io, mentre sto empiricamente calcolando la quota altimetrica che ci separa dal letto del fiume, centinaia di metri al di sotto.
- "stai serena, secondo me non ci becca..."
E invece ci becca in pieno, con uno schiaffo violentissimo e io penso alla  Panda e alla cassetta di The Wall che mi regalò mio zio Pinuccio e che andrà irrimediabilmente perduta.
L'onda ci spiaccica come girini e.... improvvisamente  mi sveglio, di soprassalto. Sudato abbéstia, nonostante sia il trentun gennaio e nella stanza ci siano sedici gradi esatti...

(almeno da ragazzo i sogni erotici mi riuscivano...)

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01/02/2009

lightsleeperUno tra i film più scarni che mi sia capitato di vedere, incuriosito da un monologo di Emidio Clementi che citava la storia dei due Buddha appesi alle pareti.
Scarno il personaggio, scarna la vita che conduce, ridotti al minimo i rapporti relazionali, enormemente diluiti nel tempo i ricordi.
Lui e il suo quadernetto dove annota tutte le sue emozioni. Una sorta di coscienza lucidissima che non ha altra via che l'implosione.
Lui e i suoi vestiti decenti, i suoi quarant'anni difficili da cambiare, i suoi clienti loscamente rispettabili o rispettabilmente loschi. Il che non cambia di una virgola lo scenario di sfondo.
Il suo amore folle, svanito tra le dita per sempre, la sua testa di tossico che rimane anche dopo aver smesso da anni, la sua pistola, la sua vendetta cruenta e irrimediabile.
E l'unico sorriso sincero, in carcere, mentre scorrono i titoli di coda.

piaciuto, assai.

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