26/06/2009

giocobimbi

Teresa, la bidella del primo piano, amata dai bimbi.
Cinquant'anni e una morte improvvisa e sconcertante.
Un gioco in legno, nel bel mezzo del giardino, dedicato a lei.
Un biglietto, lì appeso, scritto a caratteri enormi e malfermi da un bimbo che non sa ancora scrivere.
Commozione reale, che svetta tra le mille commozioni fittizie di una società dalle lacrime facili.
Delle lacrime tascabili, delle lacrime a pagamento.
Delle lacrime funzionali al potere.
Teresa io l'ho vista, seduta sulla sua sedia in plastica blu, scolorita.
Al piano terra, in un angolo d'ombra, coi suoi fuseaux scuri e la maglietta bianca, i suoi incisivi sporgenti.
Ha detto "buona estate, Attila, ci vediamo a settembre".
E lui con una specie di sorriso ingenuo, quel ridere di ogni cosa, quel fremere ignaro.
Che ogni volta è la prima volta.
Che ogni volta è l'ultima volta.
Dopo una corsa furibonda, il dramma di essere di corsa anche all'ultimo giorno d'asilo.
I saluti della Maestra Autism, i baci, gli auguri di buone ferie.
Il liquido commiato della Maestra Psyco, che se ne va in pensione.
I gradini fatti di corsa, il bimbo che fa domande e non sa che tra pochi mesi rivedrà tutti e saranno tutti cambiati, tutti più grandi.
Il collega col sorriso simpatico, la maglia attillata e i muscoli da palestra, la moglie col braccio ingessato e il figlioletto che sbraita in auto saltando sui sedili.
E lui sale felice sulla Kawasaki per un viaggio di novecentocinquanta metri.
Il piccolo sedere sporco di terra e le manine ad aggrapparsi ai fianchi.
Ha cinque anni e arriva già alle pedane, per il codice stradale è in regola, ma non lo è la testa del padre, la testa che frigge, quella di chi ha visto un volto sovrapposto a qualcun altro e chissaperchè gli sembra d'aver guardato per un istante negli occhi un fantasma.

poi la strada, i rumori soliti, i soliti discorsi, la solita vita.

buona estate, figgieu.

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17/06/2009

pentedattilo

In casa c’è disordine, sembra il fotogramma successivo al passaggio di un tornado, ma è soltanto lo sforzo molecolare del regredire alla struttura semplice. Il decomporsi.

La furia degli elementi ha progressivamente lasciato campo libero alla stasi.

Luce obliqua filtra dalle feritoie di finestre spalancate su persiane chiuse.

Polvere turbina in mulinelli lentissimi e sghembi, sale e s’illumina, indolente.

Piatti sporchi, lasciati da troppo tempo nel lavello di marmo grigio, sguazzano in una melma verdastra d’alghe malsane.

Resti di cibo, sparsi disordinatamente sul tavolo dal tamburo ormai sfaldato, sono preda di vermi voraci.

Mosche danzano strane traiettorie su un dannato quasi giorno, trionfo di un passato cruento su un futuro nullo.

Vecchie sedie dall’impagliatura scoppiata, mattonelle esagonali sollevate dall’umido, carta da parati avvizzita in mostruose mani scarne tese verso il suolo.

Ragnatele a dominare la scena, avide e lussureggianti, isole appiccicose in mezzo alla rovina.

Alla nostra rovina.

Avevamo tutto e lo abbiamo perduto.

Andati via, ognuno per la propria strada, per sempre, senza voltarci indietro.

Divisi gli stracci, le armi, le risate a bocca spalancata, quasi a voler consumare tutta l’aria disponibile.

Divise le lacrime, una ad una, segata in due ogni singola goccia.

Lenzuola madide di sudore, tagliate a strisce sottili, per impiccarvi i ricordi.

Uno ad uno.

Ritagli di giornale riposti ad ingiallire alla luce buia di un abatjour rotto.
Ruggine cola da termosifoni bucati.

Il silenzio è violato a tratti dagli scricchiolii delle assi piagate, sibili soffocati di corpi murati vivi.

Qui non c’è nessuno.

Nessuno, d’altronde, si aspettava di trovare anima viva.

Alla prossima neve il trave maestro si spezzerà nel bel mezzo.

I solai cederanno, uno ad uno, con un tonfo sommesso, privo di spettatori.

Rimarrà soltanto un recinto murario, una parvenza di struttura.

Poi giù le architravi delle finestre, solo cumuli di grosse pietre sparse in sequenza casuale tra le erbacce.

Di lì a poco rimarrà soltanto un ammasso di rampicanti a fiorire spavaldo sotto il sole di giugno.

E la natura avrà vinto su di noi.

(l'immagine, presa in prestito dal blog di Grizzly, motociclista calabro, raffigura il paese abbandonato di Pentedattilo).

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12/06/2009

Immag010

"guerrieriiiii.... giochiamo a fare la guerra???"

Coney Island: ognuno credo ne abbia una.
La mia si chiama Ace Mouth e le sue vecchie case sfregiate dal mare si sfaldano come pastesfoglie variopinte.
Qui nessuno ti caccia se hai bisogno di scrivere e a tal scopo espropri una sedia azzurra e un tavolino di legno impregnato di salsedine. Sì, proprio quello su cui gli anziani pescatori scelgono e preparano il pesce, appena tirato su dai gozzi, ancora scintillante di squame argentee.
E i Guerrieri della Notte, affacciati sulla spiaggia di Coney Island, vittoriosi e sazi di mazzate, finalmente si sciolgono in un sorriso e non fanno quasi neanche più paura.
All'alba la voce del mare spadroneggia, il suo rimbombo fischia alle orecchie, copre ogni umana attività che inizia ovattata, quasi in sordina, quasi a chiedere il permesso a tutto questo perenne vociare di mondo.
Ogni profilo ha il suo gusto, qui non abbiamo la grande ruota del Luna Park ma il Promontorio avvolto dalla bruma è anche cento, mille volte più bello.
E' che sono stato troppo indulgente, con me stesso e con gli altri, in questi ultimi giorni, mesi, anni. E non so come sia potuto accadere.
Ma da domani qualcosa dovrà cambiare, perchè non mi piaccio più. Perchè per mia natura non posso adeguarmi, nè indietreggiare, non devo stare buono, tranquillo, a cuccia.
E se è tardi per esser giovane, allora è presto per esser giunto al capolinea.
Questo la gente deve sapere.
E ora, su, da bravi, fate tutti pace. Tutte le gang della Grande Pera, della decadente Città dei Tossici, smettano per sei minuti di prendersi a randellate e si stringano la mano, guardandosi il muso.
Ho preparato un gotto di bianco e un pezzo di focaccia  con la cipolla, a tale scopo, uno per ciascuno.
Che la birra a noi ci fa venire la colite.
Poi però si va tutti a casa, intesi? Si ripone la mazza da baseball sotto il cuscino e via.

Buon riposo, Guerrieri.

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11/06/2009

Stanotte mi è accaduto di sognare al futuro.
Un futuro abbastanza prossimo, diciamo una decina d'anni.
In questo tipo di sogni, in genere, ho un interlocutore. Ma è come se una parte della mia psiche si accorgesse della fenomenale opportunità e allora stordisco il pover'uomo di domande, lui si scazza e mi fa finire il sogno, facendomi risvegliare a bocca asciutta.
Inizio a chedergli un sacco di cose, tipo se Trenitalia è fallita, chi ci governa attualmente, se la camorra è riuscita o meno ad accoppare Saviano, come va la Sampdoria, se Andreotti è ancora vivo o ha girato l'occhio, che fine ha fatto Troy Bayliss, se le auto vanno a idrogeno , se il GPL è aumentato oppure se sul Righi hanno costruito una serie di pale eoliche, per sfruttare il vento che qui a Genova non smette mai.
E lui a poco a poco si eclissa, incazzato perchè non lo lascio parlare.
A mio nonno capitava una cosa simile, chiedeva al suo interlocutore i numeri del lotto e l'altro puntualmente tergiversava. E lui rimaneva con la sua pensione dell'Italsider.
Nella fattispecie, di quest'ultimo sogno ricordo solo che Attila studiava al liceo e che mi ero comprato un TDM 900, ormai veicolo d'epoca.

Guardo Silvano che dorme qui sulla sua poltroncina in midollino intrecciato. Lui tra dieci anni non ci sarà più, ne ha già undici e i gatti difficilmente diventano maggiorenni.

E mi viene un po' di tristezza.

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11/06/2009

Sempre allegri dobbiamo stare, che il nostro piangere fa male al Re.
Figli del nuovo sistema, figli dell'a-culturalità, rallegratevi.
E' in arrivo questa nuova droga, l'unica in grado di spazzare via vecchie ideologie di morte, far impallidire tristi simboli di un passato a cui ciascuno di voi non vuole... eh, certo che no, appartenere.
Fanciulle leggiadre schiudono le cosce come variopinte farfalle su fiori d'oppio, fan scordare tutte le cose brutte, la crisi, l'esser governati da un fantoccio fascista colmo di viagra, le rate del suv per le quali non basta più nemmeno la cessione del quinto dello stipendio.
Questa natura ingrata da dominare, liberi dai vincoli del Protocollo di Skroto.
Gangli cerebrali di lumache demotivate che mangiano bluastri cubetti di metaldeide e muoiono prima di arrivare alla loro agognata e tenera insalata.
E' che siamo nella merda fino al collo, maifrènds, ma diciamolo sottovoce.

E il primo che grida "non fate l'onda!!!!" lo inculo.

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03/06/2009

Molti bimbi di oggi sanno a memoria le canzoni di Cristina Da Vena.
Oppure li senti in strada gridare "itaglia unooooooooo" mentre giocano.
E vomiti il carpaccio di spada sui calzini traforati.
Invece Attila no. Lui arriva a casa e mi dice: "Papà, latte e biscotti e poi mi metti the Loostel??"
Vi avevo già raccontato della sua passione per i Linea77, che sono sì una "band giovanile" ma all'asilo, ti dirò, sembra un pò presto.
Poi, crescendo, i gusti si affinano ed ecco quindi gli Alice in Chains: ascoltati una volta in auto e ZOT! folgorazione...
Il testo di Rooster è dedicato al padre di Jerry Cantrell, il chitarrista della band, che combatté in Vietnam. L'ho tradotto sommariamente e ci stavo riflettendo un attimino sopra.
Attila non sa l'ingese: meglio.
Ma ha un'amichetta semi-americana, lo imparerà ben presto, per osmosi.
Allora devo correre  a comprare i dischi di Cristina Da Vena, chissà se sono ancora'n'tempo...

"Ancora non ho trovato un modo per uccidermi
gli occhi bruciano di sudore pungente
sembra che ogni strada mi porti al nulla
mia moglie, i ragazzi, faccende e animali domestici
la divisa dell’esercito non è stata una scommessa sicura
le pallottole mi fischiano attorno da qualche parte

Ecco, arrivano ad ammazzare il Gallo
sì, ecco che arriva il Gallo
lo sai che lui non morirà,
no, no, no, lo sai che non morirà

Uomo mitra che cammina
mi sputano addosso nella mia madrepatria
Gloria mi ha mandato delle foto di mio figlio
ho preso le pillole contro la malaria
il mio compagno sta esalando l’ultimo respiro
Oh Dio ti prego aiutami a venirne fuori"

Un giorno, quando lui sarà grande, mi dirà: "hey, dad, ma chemminchia di musica mi facevi ascoltare sulla tua cadill..ehm...dacia?"

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03/06/2009

Cos'è il cosmo?
Cosa sono i neutrini?
Se poniamo ics uguale a pigreco mezzi, allora ipsilon a cosa è uguale?
Ma soprattutto:
A chemminchia serve un blog?
E' una terapia antistress?
(vedi gente che chiude, sparisce e poi dove va?)
E' l'estrinsecazione di un lato di noi stessi che se nella vita reale si venisse a sapere i nostri colleghi o amici chiamerebbero il 118 e ci farebbero portare a Pratozanino?
(famoso ospedale psichiatrico di Cogoleto, oggi in rovina)
Io non lo so.
Magari sarebbe terapeutico andarmi a rileggere questi cinque anni abbondanti, ma non credo di averne il tempo.
Eppure servirebbe, forse.
Scoprire che uno come me, che urla sempre ai quattro venti di non cambiare mai e di essere la fotocopia grassa e brizzolata di quello di vent'anni fa, si scopre invece cambiato.
In soli cinque anni.

Mah...

A volte mi sembra d'essere un pescatore, ritto sulla Diga Foranea, anni e anni persi nell'attesa di un branzino da chilo che non arriva mai...

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02/06/2009

ilpiantodellefalene

Acherontia Atropos.
Meglio nota col nome di Sfinge Testa di Morto.
L'unico lepidottero in grado di emettere suoni, una specie di stridìo simile ad un lamento.
Quella del "Silenzio degli Innocenti", per intenderci...
Una donna con un fardello sulle spalle, un piccolo paese di provincia, un bar, una piazza, un manipolo di personaggi così normali e speciali allo stesso momento, descritti minuziosamente nei loro gesti più consueti, nel loro abbigliamento vagamente vintage.
Un prologo folgorante, vero colpo da maestro.
E un pacchetto che lo sconosciuto corriere mi recapita a casa, annunciandosi al citofono, un oggettto piccolo, fasciato di carta comune, marroncina, coll'indirizzo del mittente e del destinatario scritti a pennarello nero, in bella grafia.
Un oggetto da sfogliare, che a poco a poco mi trascina dentro un vortice giallo di anni settanta fuggevoli e grati, nonsoperché, dove non succede niente ma succede tutto, un turbine di muretti a secco e gechi immobili nella calura.
Di scale col parapetto in ferro battuto ed echi di passi sotto il porticato.
Una camera con vista sul deserto.
Un guardarsi attentamente i piedi, nudi sul selciato.

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