
Teresa, la bidella del primo piano, amata dai bimbi.
Cinquant'anni e una morte improvvisa e sconcertante.
Un gioco in legno, nel bel mezzo del giardino, dedicato a lei.
Un biglietto, lì appeso, scritto a caratteri enormi e malfermi da un bimbo che non sa ancora scrivere.
Commozione reale, che svetta tra le mille commozioni fittizie di una società dalle lacrime facili.
Delle lacrime tascabili, delle lacrime a pagamento.
Delle lacrime funzionali al potere.
Teresa io l'ho vista, seduta sulla sua sedia in plastica blu, scolorita.
Al piano terra, in un angolo d'ombra, coi suoi fuseaux scuri e la maglietta bianca, i suoi incisivi sporgenti.
Ha detto "buona estate, Attila, ci vediamo a settembre".
E lui con una specie di sorriso ingenuo, quel ridere di ogni cosa, quel fremere ignaro.
Che ogni volta è la prima volta.
Che ogni volta è l'ultima volta.
Dopo una corsa furibonda, il dramma di essere di corsa anche all'ultimo giorno d'asilo.
I saluti della Maestra Autism, i baci, gli auguri di buone ferie.
Il liquido commiato della Maestra Psyco, che se ne va in pensione.
I gradini fatti di corsa, il bimbo che fa domande e non sa che tra pochi mesi rivedrà tutti e saranno tutti cambiati, tutti più grandi.
Il collega col sorriso simpatico, la maglia attillata e i muscoli da palestra, la moglie col braccio ingessato e il figlioletto che sbraita in auto saltando sui sedili.
E lui sale felice sulla Kawasaki per un viaggio di novecentocinquanta metri.
Il piccolo sedere sporco di terra e le manine ad aggrapparsi ai fianchi.
Ha cinque anni e arriva già alle pedane, per il codice stradale è in regola, ma non lo è la testa del padre, la testa che frigge, quella di chi ha visto un volto sovrapposto a qualcun altro e chissaperchè gli sembra d'aver guardato per un istante negli occhi un fantasma.
poi la strada, i rumori soliti, i soliti discorsi, la solita vita.
buona estate, figgieu.







