
zing.
Fletto le dita a lanciar fuori la cicca, oltre la sottile feritoia della porta socchiusa. Colpendo Gian Carlo sul risvolto delle braghe, lui che si muove di rado dal suo scranno, diciamo una volta al dì per andare a svuotar la vescica al cesso collettivo.
Una performance irripetibile.
Già una probabilità su cento è troppa, nella destrezza di centrare la striscia luminosa, posta ad almeno quattro metri.
Beccare poi il bisonte di fango all'estremità esatta dei pantaloni, nell'unico suo movimento pomeridiano è qualcosa di bestiale.
La stagione della decadenza uccide il sole alle 17 in punto e lo fa precipitare secco oltre la sagoma delle Case Malfamate.
Un dito sull'interruttore del neon che si avvia crepitando. Dentro c'è una falena rinsecchita, forse del genere Callimorpha che sembra guardar giù cogli occhi vuoti.
Ogni cosa bella deve prima o poi morire.
Richiudo il neon che mi lancia addosso un'ultima leggera unghia di luce.
Da oggi sono ufficialmente in letargo, la stasi della natura mi chiama a gran voce e non posso far altro che incolonnarmi alle bestie del bosco, per scovare un giaciglio sicuro.
Sento già il cuore pulsare lento e perdere qualche battito, come quei vecchi motori Harley il cui carburatore ogni tanto si ferma a riflettere, tra vapori di miscela incombusta.
Spengo il PC e chiudo il libro, dalla feritoia della porta in alluminio vedo una striscia di casa con bandiera calcistica a sventolare triste dall'inferriata.
Una signora stende mutande in serie, metodicamente, una dopo l'altra. Tonnellate di mutande per famiglie numerose che tengono particolarmente all'igiene personale.
Bianche o al massimo rosa-grigino da lavatrice sbagliata.
Tra poco esisteranno solo le luci della strada e i fanali dei veicoli incolonnati sul lungofiume.
Oltre di essi le fioche insegne di fabbriche e capannoni, il profilo dei monti, poi cielo fino a perdersi.
Aggancerò la mia crisalide a questo soffitto e vi guarderò sbattere nel fango e nella neve, oltre la mia teca di bava cheratinosa.
E sorriderò un po', senza fiatare.
Ci vediamo il ventun marzo, fate buona vita.





