
L'altro giorno parlavo con Michele.
Disquisivo sul fatto che se sai fare foto hai il grimaldello per entrare dentro la verità delle immagini, di un luogo, un volto, un elemento.
Tu li assecondi e loro - zac - vengono fuori.
Sono cose che non le compri dal besagnino: puoi coltivarle quanto vuoi ma le hai o nisba. Dipende dall'attenzione ai particolari, dalla modalità analitica di percezione.
Come quando insegni a una persona ad andare in moto, le spieghi bene - vedi qua, rallenti e ti allarghi e poi pieghi giù e nel mentre acceleri.
E niente, costui continua a fare le curve quadrate.
A me puoi regalare una fotocamera di ultima generazione, ma continuerei a far foto quadrate.
Perchè ho la moto come prosecuzione delle chiappe. E ingombra.
Come De André aveva la chitarra a proseguir le dita.
E Michele la macchina fotografica.
Ma a me è lampante come la fotografia possa essere la prosecuzione dello scritto, il fattore esplicativo.
Oppure l'incipit.
Da lei esce tutto, inizia tutto, te la metti lì davanti e lei parla, ti dice - ehi, nan, ti ricordi di quella volta in cui facevamo la tale cosa o guardavamo il tale panorama abbracciati (a un fiasco di barbera)....
E le dita d'incanto prendono a correre sui tasti, devi solo lasciarle fare in una sorta d'apnea narrativa.
Però c'è da dire una cosa:
Genova mentre piove, le auto arroganti che sguazzano nelle pozzanghere, la strada luccicante al lume dei fanali, le case vecchie e umidicce che guardano giù coi loro occhi di vetro illuminati...
Tutte queste vite che scorrono veloci senza incrociarsi mai, chi sotto, chi sopra e chi dentro...
E i poveri cristi zuppi fino alle mutande, l'ombrello tirato via dal ventaccio di mare, che ti pare di sentirli smadonnare uno a uno...
Beh, son cose che aiutano:
anche un fotografo cane.
[ma perchè non riprendi a scrivere, genoano malefico!]





